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di Federica Garzetti

Corriere della Sera, 30 ottobre 2026

Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, ma oltre ad assistere con smarrimento all’esplosione della rabbia adolescente, tenendo bene a mente che la rabbia, la disperazione, la gioia sfrenata sono un tratto fisiologico, fisico, evolutivo degli adolescenti (e invece capire e contenere sono doveri adulti) rivolgiamo lo sguardo verso la discarica interiore che siamo diventati. L’odio. L’odio è stato sdoganato: ci insultiamo sui profili social, sotto gli articoli, la rete è una guerra continua, sarcastica, acida, senza vergogna.

La vergogna è un sentimento anche nobile, un argine alla violenza. Invece l’odio dilaga dappertutto, in macchina, verso chi mi sorpassa, mi rallenta, verso chi mi supera in coda al supermercato. Verso gli insegnanti che non capiscono mio figlio, verso il figlio di qualcun altro che fa un graffio al mio. La rabbia dilaga via mail a ore improbabili, senza filtro, senza quei dieci secondi fino a cui i nonni (e oggi le neuroscienze) ci consigliavano di contare.

L’algoritmo ingurgita milioni di ricondivisioni inneggianti alla punizione esemplare del bambino di 11 anni che saccheggia le vetrine o viceversa alla bellezza dei suoi occhi blu. Il buonsenso muore sotto le urla sguaiate di chi vuole semplicemente aver ragione: in un frullato di follia spuntano la famiglia del bosco, i rom, i ragazzi romani nella minicar. Una volta al delirante si diceva “posa il fiasco”. Posiamo lo smartphone. 

Questo continuo rivolgere l’attenzione alla propria esperienza, i “miei tempi”, i “miei figli”, i “miei genitori”, non ci consente di fermare l’incendio. Posto che l’adolescenza, come si diceva, è il tempo delle emozioni incendiarie, qui c’è una intera società adolescente, nonostante il Paese invecchi: come pretendiamo che i ragazzi e le ragazze si responsabilizzino, se intorno a loro ci sono adulti che vomitano ogni pulsione che li attraversa, che inneggiano al carcere, ai manganelli, alla violenza legalizzata, che ridicolizzano e banalizzano il loro idealismo, i loro sogni, dal bar a Palazzo Chigi?

Quando abbiamo deciso che ai nostri figli è proibito sognare? Perché in quelle piazze ci sono molte anime, non solo quella che ha approfittato della confusione per rubare, per procurarsi “cose”. E anche su questo dovremo aprire un capitolo. La signora torinese, scomposta, che urla a un ragazzo lucido, razionale: “Lavati i capelli, non vedi che hai una ragnatela in testa?”, che cosa rappresenta? L’apparenza, le cose, il materialismo prima della materia grigia. Le cose prima delle parole. Poi però ci stracciamo le vesti perché ragazzini cresciuti ai margini spaccano le vetrine e cercano “le cose”. Non hanno nemmeno un nome, gliel’abbiamo tolto: si chiamano tutti maranza, perché è più facile odiare una categoria piuttosto che una persona.

Così funziona l’odio, così anche le persone diventano cose: è una vecchia canzone, l’abbiamo già sentita più volte nella storia del ‘900, che leviamo dai programmi per introdurre discipline più “capitalizzabili” nel mondo del lavoro. E via di percorsi quadriennali, facciamoli diplomare prima, anzi, abbassiamo ulteriormente l’obbligo scolastico, rimettiamolo a 14 anni, così potremo dire di aver sconfitto definitivamente l’abbandono scolastico.

Tanto è diminuito, no? Con questo solido argomento il signor Bruno Vespa “sgridava” senza diritto di replica, come una scolaretta, Sabrina Brizzola, coordinatrice nazionale Udu, che tentava di articolare un pensiero; il che è pura utopia, in una trasmissione che si intitola “Cinque minuti”, che sono il tempo dei proclami, non certo di una riflessione. Si è dimenticato forse, il signor Vespa, di parlare di come l’insuccesso è distribuito, dei numeri dell’abbandono universitario e di quanto la povertà educativa e di formazione siano drammaticamente ancora legate alla povertà economica. È quello che stanno dicendo i ragazzi in piazza: che il Paese si sta impoverendo e questo impoverisce la scuola, le famiglie, i rapporti umani e genera odio. Educhiamoli, allora, anche per avere genitori consapevoli, ragionevoli, empatici: avremo i frutti fra due generazioni. È tardi: abbiamo lasciato serpeggiare l’odio senza nemmeno più il deterrente della spiritualità. Non tanto come fede (su quella ognuno faccia i suoi conti) ma come atteggiamento di raccoglimento, di controllo degli impulsi, di pietas, di misericordia e infine, di disinnesco dell’odio. La società ci riflette: anche quando ci sentiamo diversi, è lo specchio di quello che siamo diventati. O non siamo diventati: tutti, non “gli altri”. I nostri figli sono il nostro pubblico e il nostro confine: torniamo a imporci una misura attraverso la relazione, a non mostrificare l’ego nell’online. Posiamo lo smartphone e alziamo lo sguardo.