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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 26 luglio 2024

Il Capo dello stato, dopo la sentenza Torreggiani della Cedu, contro il sovraffollamento sollecitava rimedi ordinari e straordinari, quali indulto e amnistia. Era l’8 ottobre del 2013 quando l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio alle Camere per sottoporre all’attenzione del Parlamento “una questione scottante”, ossia la “drammatica questione carceraria”, a partire dal “fatto di eccezionale rilievo costituito dal pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo”. Infatti, pochi mesi prima del messaggio, la Corte di Strasburgo aveva condannato l’Italia per violazione dell’art. 3 Cedu (Divieto della tortura) in relazione ai “trattamenti inumani o degradanti” subiti in carcere dai ricorrenti a causa della situazione di sovraffollamento carcerario (sentenza Torreggiani e altri c. Italia dell’8 gennaio 2013, divenuta definitiva il 28 maggio 2013).

Nella motivazione la Corte europea precisava che “la violazione del diritto dei ricorrenti di beneficiare di condizioni detentive adeguate non è la conseguenza di episodi isolati, ma trae origine da un problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano, che ha interessato e può interessare ancora in futuro numerose persone”. Parole molto nette e dure, di fronte alle quali il Presidente Napolitano giustamente ha sottolineato “il dovere urgente di fare cessare il sovraffollamento carcerario rilevato dalla Corte di Strasburgo”, aggiungendo che “la stringente necessità di cambiare profondamente la condizione delle carceri in Italia costituisce non solo un imperativo giuridico e politico, bensì in pari tempo un imperativo morale”.

Il messaggio presidenziale dell’ottobre 2013 non si è limitato a denunciare l’insostenibile situazione di sovraffollamento carcerario registrata nel nostro Paese, accertata come illegittima dalla Corte di Strasburgo perché in palese violazione dell’art. 3 della Convenzione europea, ma contiene anche una precisa ed esauriente trattazione dei rimedi atti a scongiurare questa situazione inaccettabile, che ha come conseguenza quella di “frustrare” il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena (art. 27 comma 3 Cost.), come rilevato dalla Corte dei Conti e sottolineato dal Presidente Napolitano.

Infatti, nel messaggio in esame sono indicati analiticamente i diversi “rimedi” “ volti a risolvere la questione del sovraffollamento, suddivisi in rimedi ordinari e rimedi straordinari: i primi a loro volta sono distinti in rimedi volti a ridurre il numero complessivo dei detenuti attraverso la previsione di pene limitative della libertà personale ma “non carcerarie”, riduzione dell’area applicativa della custodia cautelare in carcere, accrescimento dello sforzo diretto a far sì che i detenuti stranieri possano espiare la pena inflitta in Italia nei loro Paesi di origine, attenuazione degli effetti della recidiva quale presupposto ostativo per l’ammissione dei condannati alle misure alternative alla detenzione, incisiva depenalizzazione dei reati.

Ma il Presidente Giorgio Napolitano si è reso conto che gli interventi annoverati tra i rimedi ordinari, sebbene importanti e condivisibili, sono però parziali in quanto “inciderebbero verosimilmente pro futuro e non consentirebbero di raggiungere nei tempi dovuti il traguardo tassativamente prescritto dalla Corte europea”. Quindi, egli ha reputato necessario intervenire nell’immediato con il ricorso a “rimedi straordinari” quali l’indulto e l’amnistia, sui quali richiama l’attenzione del Parlamento.

Quanto alla misura dell’indulto, il Presidente sottolinea che “può applicarsi ad un ambito esteso di fattispecie penali (fatta eccezione per alcuni reati particolarmente odiosi)” e ravvisa la necessità che “il provvedimento di clemenza sia accompagnato da idonee misure, soprattutto amministrative, finalizzate all’effettivo reinserimento delle persone scarcerate, che dovrebbero essere concretamente accompagnate nel percorso di risocializzazione”. Quanto poi all’amnistia e al suo ambito di applicazione, Napolitano conferma “la necessità di evitare che essa incida su reati di rilevante gravità e allarme sociale (basti pensare ai reati di violenza contro le donne)” e rileva molto opportunamente che la “perimetrazione” dell’eventuale legge di clemenza spetta esclusivamente al Parlamento, non potendo il Presidente della Repubblica ingerire nella indicazione dei limiti di pena massimi o delle singole fattispecie escluse.

Malgrado questa manifestazione da parte del Presidente della Repubblica, nessun ricorso all’indulto né tanto meno all’amnistia per decongestionare la situazione degli istituti penitenziari; ma neppure i rimedi ordinari suggeriti per eliminare o almeno alleviare il sovraffollamento sono stati, a ben vedere, tenuti in grande considerazione dal Parlamento e dal governo. Eppure, la situazione carceraria dell’Italia era, nell’ottobre 2013, davvero critica e preoccupante, come evidenziato plasticamente dalla sentenza Torreggiani della Cedu del gennaio 2013, sentenza che ha costituito l’occasione e lo stimolo per il denso messaggio di Napolitano.

Oggi, undici anni dopo, la questione carceraria sta raggiungendo numeri emergenziali come all’epoca. Per questo è intervenuto anche l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, denunciando la situazione delle carceri che è indecorosa per un Paese civile. Quattro mesi fa, sempre il presidente Mattarella, ha chiesto un intervento affinché si trovino soluzioni. Ma ancora una volta, il messaggio viene disatteso. Eppure i dati sono allarmanti. Come denunciato dall’associazione Antigone, nel suo recente dossier, le celle non assicurano in alcuni casi neanche i tre metri a persona e i tassi di sovraffollamento arrivano ormai al 130%, equivalente a 14mila persone in più rispetto ai posti regolamentari.

In 56 istituti penitenziari si sfiora anche il 150%. A preoccupare è anche la situazione degli Ipm, cioè gli istituti penali per minorenni, che per la prima volta sono sovraffollati dopo anni. Nello specifico, sono stati 586 gli ingressi nei 17 Ipm nei primi mesi del 2024 (fino al 15 giugno). Nel corso del 2023 erano stati 1.142, il numero più alto degli ultimi anni. A metà giugno 2024 erano 555 i giovani ristretti (di cui 25 ragazze) rispetto ai 514 posti regolamentari. E le presenze sarebbero ancora maggiori se non fosse per la pratica, resa più facile dal Decreto Caivano, di trasferire nelle carceri per adulti chi ha compiuto la maggiore età pur avendo commesso il reato da minorenne, interrompendo così la relazione educativa.

Cambiano i governi, ma nonostante gli accorati appelli di Napolitano prima e Mattarella poi, prevale l’ignavia e il mero calcolo elettorale. I penitenziari sono fuori controllo, tanto che persino i sindacati di polizia penitenziaria hanno lanciato l’allarme chiedendo un intervento urgente. Il decreto carcere licenziato dal governo è ritenuto inutile da tutti gli addetti ai lavori. Come se non bastasse è stata nuovamente rinviata la votazione della proposta di legge sulla liberazione anticipata a prima firma del deputato Roberto Giachetti, scritta insieme a Rita Bernardini e Nessuno tocchi Caino. “Voltate ancora una volta la testa dall’altra parte sul dramma del sovraffollamento”, ha risposto Giachetti quando ha preso la parola in Parlamento.