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di Ferruccio Sansa

Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2025

Li chiamiamo “detenuti”. Non persone. Questo riflette il sentimento della nostra società verso uomini e donne che vivono dietro le sbarre. La responsabilità è anche della politica che usa espressioni disumane: “Chiudiamoli in cella e buttiamo le chiavi”. Così le nostre carceri sono divenute luogo di disperazione: il tasso di suicidi è 30 volte superiore a chi vive in libertà. Per non dimenticare l’uso di droghe e psicofarmaci che raggiunge il 75% delle persone recluse.

Negli anni ho visitato centinaia di volte le carceri. Mi ha cambiato la vita. Qui non voglio negare le responsabilità di chi è condannato. Ma è nostro dovere offrire la possibilità di rieducazione. Quindi spazi decorosi, diritto alla socialità e all’affettività, allo studio. Alla salute.

A pensare a un futuro. Lo dico per loro, perché sentire che la propria vita si consuma nel nulla è insostenibile. Lo dico anche per noi. La sicurezza si costruisce così: il tasso di recidiva si riduce del 90% se i detenuti sono trattati in modo umano. Quando passiamo vicino a una prigione, pensiamoci: lì ci sono persone come noi. Oltre alla libertà, li priviamo della speranza.