sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Roberto Esposito

La Repubblica, 30 maggio 2023

Il ‘68 è stato uno spartiacque tra i radicali come Pasolini che difendevano le istituzioni democratiche e i terroristi. Ad apertura del libro, scritto a quattro mani con Gaetano Lettieri, “Poliziotto-Sessantotto. Violenza e democrazia”, pubblicato da il Saggiatore, Luigi Manconi racconta di essersi ripromesso di non parlare più del Sessantotto. Le pagine che adesso leggiamo ci dicono che ha infranto la promessa, ma anche che le è restato altrimenti fedele.

Infatti ne parla, ma non in prima persona. A parlare, attraverso di lui, sono altri. Personaggi minori, marginali - un’operaia dell’industria farmaceutica, uno studente sacrestano, un calciatore di terza categoria, dei poliziotti insicuri. Ciò che ne risulta, più che un discorso diretto, è un contro-discorso, una memoria dolente e autocritica, rivolta alle zone più opache e contraddittorie di quella stagione. Ma anche una riflessione, alta e drammatica, sul significato della politica e la problematicità della democrazia, colta nella tensione irrisolta tra libertà e potere, ordine e conflitto, giustizia e violenza.

A collegare i due testi di Manconi e Lettieri - convergenti negli esiti, ma diversi nel tono, più laico il primo e più messianico il secondo - è il comune riferimento a Pasolini. In particolare alla sua controversa poesia Il Pci ai giovani, scritta a ridosso degli scontri di Valle Giulia, il 1° marzo del ‘68, tra studenti e polizia. Anche a prescindere dall’autentica intenzione di Pasolini, ciò che entrambi gli autori rilevano è l’ambivalenza degli avversari. Contrapposti ideologicamente, essi condividono la condizione di essere insieme soggetti e oggetti di violenza. Anche Manconi ricorda il rapporto complesso, non riducibile all’odio che, nel contrasto, lo legava ai rappresentanti delle forze dell’ordine. Immersi in una lotta senza quartiere, essi abitavano lo stesso spazio di confine, il margine sottile che al contempo separa e congiunge ragione e passione, diritto e giustizia, legalità e violenza.

Il momento in cui la linea tra politica e violenza è varcata è individuato da Manconi nella strage di piazza Fontana e negli episodi tragici che seguono, dalla morte di Pinelli all’omicidio di Calabresi. È allora che il patto sociale si rompe e la violenza dilaga. Alla sua radice la sensazione diffusa che lo Stato, o almeno alcuni pezzi del suo apparato, preparino una svota autoritaria. Da quel momento nel conflitto, restato fino allora politico, s’introduce il seme della guerra civile.

Anche l’omicidio entra nel novero degli strumenti di lotta, in un cortocircuito perverso che porterà all’assassinio di Moro. Ma quel parricidio non è che l’esito di un lungo fratricidio - tra studenti e poliziotti, destra e sinistra, riformisti e rivoluzionari. Nell’analisi di quella deriva Manconi non fa sconti a nessuno, a partire da se stesso. A determinare la svolta sanguinosa è l’assenza di una cultura della non-violenza capace di infrangere la gabbia ideologica, intransigente e ottusa, che individua nella violenza l’unica forza di trasformazione storica. Lungo una strada che dall’omicidio conduce al suicidio di un intero segmento generazionale, come è rappresentato efficacemente nella Meglio gioventù di Marco Tullio Giordana.

È da quell’apice negativo che inizia, per alcuni, il faticoso processo di ripudio della violenza come strumento di azione politica e il progressivo rientro nelle istituzioni. Quelle istituzioni che proprio Pasolini definiva “commoventi” - non perché avulse da opacità e violenza, come ci ricordano gli omicidi di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, ma perché “l’umanità non può farne a meno”. Il Sessantotto fallisce per l’incapacità di offrire sbocchi politico-istituzionali a movimenti antistituzionali. È questa consapevolezza, politica ed etica, che separa l’estremismo infantile di chi pretende di demolire le istituzioni dal radicalismo di chi, come Pasolini, le riconosce nella storicità contraddittoria di ogni vicenda umana.

Nulla, nella storia, ha la purezza del cristallo - neanche la democrazia. I processi di socializzazione politica non scorrono in maniera lineare e coerente. Può - si chiede Manconi - il tirocinio della democrazia passare per forme non democratiche? Certo, così è accaduto spesso. Ma ciò non abolisce il confine tra mezzi legali e mezzi extralegali, anche quando il male sembra convertirsi in bene. Nessun bene compensa i danni fatti e subiti da altri. La forza della riflessione etica dell’autore sta nel non dare risposte semplici a domande complesse e nel non sottrarsi a conclusioni radicalmente autocritiche.

Ancora più radicali, venate di spunti esplicitamente teologici, sono le tesi di Gaetano Lettieri. I temi che ripercorre, in dialogo con Manconi, sono gli stessi: il Sessantotto, la democrazia, la violenza. Mescolando il messianismo di Paolo di Tarso alla decostruzione di Derrida, Lettieri coglie i limiti del Sessantotto nell’incapacità di articolare innovazione di costume e impegno sociale. Ciò che invece Pasolini faceva, anche schierandosi dalla parte dei poliziotti sotto-proletari contro gli studenti borghesi. In quella scelta c’era, forse, un rifiuto regressivo dei processi di secolarizzazione moderni, ma anche e soprattutto la carità verso la parte più debole e povera della società. Il tasso di democraticità di un regime, afferma giustamente Lettieri, si misura non solo sul numero degli inclusi, ma anche su quello degli esclusi. Solo una politica aperta ai disperati e ai reietti può fecondare lo spazio comune della cittadinanza.