di Alessia Arcolaci
vanityfair.it, 27 settembre 2025
Diana, Roberta e Anna vedono i mariti in carcere, ma non possono abbracciarli. I giudici hanno autorizzato le stanze dell’amore, ma gli ostacoli ci sono ancora. Se il desiderio di riabbracciarsi fosse un paesaggio con alberi dal fusto largo sui quali scende pacifica la prima neve, la storia di Diana e Diego (nomi di fantasia), che non si abbracciano da quando lui è finito in carcere, dovrebbe apparire ai nostri occhi con la stessa candida tenerezza. Ma quando si sconta una detenzione, la dolcezza è la prima cosa a essere recisa. E allora, se vogliamo continuare a immaginare questa coppia come quel tenero paesaggio imbiancato, dobbiamo fare lo sforzo di vedere la neve scendere nell’auletta dai colori pallidi adibita ai loro colloqui, dentro al carcere. Con le sedie messe una di fronte all’altra, fissate al pavimento così da non avvicinarsi troppo. E sotto lo sguardo attento di chi deve controllare.
Nessun contatto fisico, niente parole sussurrate. In queste stanze, per una o più ore, le coppie possono parlare guardandosi negli occhi, in mezzo ad altri uomini e donne nella loro stessa condizione. La colpa e la condanna di un amore destinato al ricordo di un bacio. Ma smettiamo per un attimo di essere romantici, riflettiamo sul giudizio verso chi entra in carcere e su come spesso viene intesa la vita all’interno di un istituto penitenziario. Permettiamo che il muro dell’auletta per i colloqui delle coppie in carcere si sposti, che una porta si apra e che, dopo anni, questi uomini e donne entrino in una dimensione privata. Lasciamo che Anna e Diego, e le coppie come loro, si diano un bacio o tremino per l’emozione di essere finalmente a tu per tu, uno di fronte all’altro. Sorpresi perché non si erano mai più incontrati da soli da quando i loro figli erano bambini, mentre oggi sono ormai quasi adulti e loro, forse, non sanno più come si fa a volersi bene da vicino.
Quello che invece noi sappiamo è che, nell’ottobre del 2024, la Corte Costituzionale ha dichiarato in parte illegittimo l’articolo 18 dell’Ordinamento penitenziario, che riguarda il divieto all’affettività in carcere e quindi anche ad avere rapporti sessuali. In particolare, i giudici hanno contestato quella norma “nella parte in cui non prevede che alla persona detenuta sia consentito, quando non ostino ragioni di sicurezza, di svolgere colloqui intimi, anche a carattere sessuale, con la persona convivente non detenuta, senza che sia imposto il controllo a vista da parte del personale di custodia”.
Come spiega l’associazione Antigone, da sempre con lo sguardo rivolto alle condizioni delle carceri nel nostro Paese, “l’accoglimento della questione da parte della Corte costituisce una vera e propria rivoluzione culturale nella concezione della pena detentiva, vista non più come una necessaria e totale privazione dei diritti del condannato, ridotto a essere una “non-persona”, quanto alla dimensione affettiva della sua stessa esistenza. Non va, infatti, taciuto che i giudici hanno significativamente considerato non solo la sfera sessuale, ma l’intera sfera affettiva delle persone detenute e di chi con esse ha rapporti di matrimonio, unione e anche semplice convivenza”.
In Italia, i colloqui tra un detenuto e sua moglie o la fidanzata devono sempre avvenire davanti agli agenti della polizia penitenziaria attenendosi a diverse regole, tra cui quella di non avvicinarsi al partner. Per questo, appena chiediamo a Diana come immagina il suo primo incontro privato con il marito condannato all’ergastolo, lei risponde che il suo desiderio più grande è sedersi sulle sue gambe. Accoccolarsi con lui. Diana ha circa cinquant’anni. Da più di venti, una volta al mese prende il treno da Napoli per recarsi presso il carcere di Parma, dove suo marito sta scontando la pena in regime di alta sicurezza.
Ha cresciuto da sola i loro figli, facendo lavori di fortuna. Ma non ha mai immaginato di innamorarsi di un altro. Invece, ha sempre confidato le sue paure - tra cui quella di non poter mai più abbracciare l’uomo che ama - all’avvocato di suo marito, Pina Di Credico. Vive nella stessa condizione anche Roberta. Suo marito ha 43 anni e ne sta scontando diciassette in carcere per vari reati, tra cui estorsione aggravata dal metodo mafioso perché, all’epoca della condanna, faceva parte del clan camorristico dei Casalesi. Per lui, nel febbraio 2024, l’avvocato Di Credico ha chiesto alla direzione della struttura penitenziaria il permesso di esercitare il diritto ad avere “colloqui intimi visivi” con sua moglie. La risposta del giudice di sorveglianza è stata positiva, soprattutto per la buona condotta del detenuto, che in carcere ha finito gli studi, lavora e dona parte delle sue entrate ad associazioni che sostengono le vittime di mafia.
Il carcere, però, non ha ancora trovato un luogo adatto a creare queste “stanze dell’amore”. Nei fatti, Diana e Roberta non sanno quando potranno davvero tornare a essere sole dentro una stanza con i rispettivi mariti. E questo nonostante che il giudice abbia dato parere favorevole perché ciò accada anche, eventualmente, appoggiandosi a momentanee strutture esterne al carcere. Anna ha la voce bassa, quando risponde al telefono si sente in sottofondo la voce di un bambino. Suo marito è stato condannato a diciotto anni di carcere, è in regime di alta sicurezza nel carcere di Larino e lei riesce a incontrarlo una volta al mese, quando va bene.
Anche lei prende un treno da Napoli, arriva al carcere con un contenitore pieno di ragù che lui adora. Più tardi, nella stessa giornata, lei rientra a casa, dai loro figli. Scherzando, Anna immagina che comprerà un nuovo completino intimo per festeggiare questo incontro nella “stanza dell’amore”. Ma quando torna seria, la voce è rotta dall’emozione: “Questa non è vita. Non posso nemmeno fargli una carezza quando lo vedo. È entrato in carcere poco dopo il nostro matrimonio e dovrà restarci a lungo. Non sono mai stata arrabbiata con lui”.
Anna provvede alla sua famiglia lavorando come “signora delle pulizie”. Quando pensa al futuro, come Diana non prende in considerazione l’idea di amare qualcuno che non sia suo marito. Un’altra vita non è possibile. “Il carcere deve tendere alla rieducazione del condannato, non deve essere punizione, altrimenti che senso ha?”, commenta l’avvocato Di Credico. “Durante l’espiazione, il detenuto non può essere assoggettato a una pena ulteriore. I suoi diritti inviolabili, come quello all’affettività, devono essere sempre garantiti. Diversamente, la funzione della pena
verrebbe privata della sua stessa essenza. Inoltre, i detenuti per i quali ho presentato la richiesta di colloqui intimi sono reclusi da tanti anni nel reparto di alta sicurezza e hanno sempre osservato una condotta ottima e collaborativa. Non si può non tenerne conto. Aspettiamo, quindi, che vengano allestiti spazi ad hoc come richiesto dal giudice di sorveglianza”.
Nel mondo delle carceri sovraffollate, dove capita che restino celate le rivolte interne, dove i suicidi non diminuiscono di anno in anno (e anzi il 2024 con 88 vittime è il più tragico per il nostro Paese), sembra quasi superficiale parlare di diritto all’affettività, ad abbracciarsi, a vivere l’intimità con la persona che si ama. E forse è proprio questo il tassello che manca: sentirsi autorizzati a chiedere amore, anche da dentro un carcere. Una speranza che regala il coraggio di immaginarsi in una nuova vita, di farcela per davvero.











