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di Valter Vecellio

huffingtonpost.it, 11 aprile 2022

Per la giustizia italiana una forma grave di Sla è “compatibile con il regime carcerario” mentre un libro su carcere e giustizia “aumenterebbe il carisma criminale”. Storie di “giustizia” che lasciano basiti.

Forse è come Selah Lively, il giudice che compare nella antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters: una storia così; o forse è più semplice, un’ordinaria burocratica amministrazione, dove quello che conta sono i giusti timbri e protocollare come prescritto dai regolamenti, vai a sapere.

Il fatto è che la Sclerosi Laterale Amiotrofica è una malattia che se ne frega dei timbri e del protocollo: quanto ti prende, non lascia scampo: non c’è cura, uccide lentamente, condanna senza appello o prescrizione. Puoi solo contare i giorni, sperare che nella fase finale i farmaci ti diano sollievo. Le statistiche dicono che l’incidenza, per quel che riguarda la SLA è di circa uno/tre casi ogni centomila abitanti; si stima siano circa 3.500, un migliaio di nuovi casi ogni anno. Il più noto dei malati, Luca Coscioni, il “maratoneta”, trasforma la malattia, lo stesso suo corpo in strumento di lotta politica, sostenuto da Marco Pannella: per la libertà di ricerca, per il diritto all’autodeterminazione del proprio destino, si sono battuti da leoni quali erano.

È sempre un calvario, la SLA; figuriamoci se sei in carcere, come Maximiliano Cinieri. È un uomo di 45 anni, detenuto ad Alessandria. Da quel che si sa, lo hanno arrestato un anno fa, e poi condannato per estorsione: otto anni. Qualche mese fa gli viene diagnosticata la SLA: una forma grave, prima il tronco, ora gli ha ridotto l’uso di braccia e mani. Fa così, questa malattia, ogni giorno ti paralizza di più. Con le stampelle ancora cammina, ma già nutrirsi, deglutire, è un problema. Quanto può durare? Nessuno lo sa con certezza: mesi, qualche anno…

Che ci sta a fare in cella in queste condizioni? Il medico del carcere nella sua relazione sottolinea come non sia “la collocazione idonea per un detenuto con le sue caratteristiche cliniche”. Non basta? Ci sono anche il primario di neurologia dell’Ospedale di Alessandria e un altro specialista torinese: confermano. Cosa ci vuole ancora, per concedere gli arresti domiciliari? Niente da fare. Per un consulente nominato dal giudice la condizione clinica in cui Cinieri si trova è “compatibile con il regime carcerario”.

Totò Riina, Bernardo Provenzano, Raffaele Cutolo, anche quando erano praticamente in irreversibile stato vegetativo, ce li siamo tenuti ben custoditi al regime speciale del 41-bis; almeno erano Riina, Provenzano, Cutolo… Cinieri, che senso ha negargli di poter stare a casa, e lì finire i suoi giorni? Perché tenerlo in carcere, dove sicuramente un malato di SLA non può avere quell’assistenza di cui pure ha diritto, quale che sia il reato commesso?

Come si amministra la Giustizia è qualcosa che spesso lascia basiti, increduli. Per esempio: ci sono voluti ben tre gradi di giudizio, arrivare fino alla Corte di Cassazione, per stabilire che un detenuto, a prescindere dalla colpa di cui si è macchiato, ha comunque il diritto di pasti “normali”, soprattutto se può permetterseli. Perché in origine lo Stato, attraverso il ministero della Giustizia aveva detto di NO, all’”uguaglianza alimentare”, e fatto ricorso. Patrizio Picardi, sottoposto al regime di massima sicurezza del 41bis, accusato di far parte del clan camorristico dei Maliardo, chiede che di avere un pacco viveri, il cosiddetto “sopravvitto” accessibile ai detenuti comuni; e cibi cotti nei pacchi postali inviati dall’esterno. Risposta negativa. Picardi lamenta la “lesione del proprio diritto…tali limitazioni cagionano un attuale e grave pregiudizio al detenuto, nel contempo determinando una ingiustificata disparità di trattamento”. La Cassazione gli dà ragione. Che si voglia impedire a un boss della delinquenza organizzata di comunicare con l’esterno, con i suoi affiliati e complici, è più che giusto. Ma le comunicazioni con i “picciotti” e i “cumparielli” all’esterno passano attraverso un piatto di pasta o dei dolci? Se si ordina una cassata, un pollo arrosto, una pastiera, si lanciano messaggi, e se ne ricevono? Pare eccessivo. Con linguaggio un tantino ampolloso, si riconosce infatti che i beni richiesti da Picardi non comportano rischi di sorta in questo senso: “non vanno contro la necessità di impedire forme di comunicazione con l’esterno o il perpetuarsi di logiche associative nel contesto penitenziario, anche attraverso l’acquisizione di una posizione di supremazia su altri detenuti”. Questa la risposta, dopo tre gradi di giudizio, della Cassazione all’occhiuto e vigile ministero della Giustizia. Resta l’interrogativo: c’è un cibo, un particolare menù, che può costituire “artificio di collegamento” con i malavitosi fuori del carcere?  

In attesa che questo interrogativo sia sciolto, un’altra vicenda; questa almeno strappa un sorriso. La storia comincia con un libro. Carcere di Viterbo, ancora un detenuto, sottoposto al regime del 41-bis. Chiede di poter acquistare il libro ‘Un’altra storia inizia qui’. È una riflessione a quattro mani su carcere e giustizia. Fatta regolare domanda, risposta negativa. Chissà: forse è un libro pericoloso, lettura che è meglio evitare. L’occhiuto e attento “censore” motiva così il suo NO: “…il possesso del libro metterebbe il detenuto in posizione di privilegio agli occhi degli altri detenuti, aumenterebbe il carisma criminale”. Chi saranno mai i due autori responsabili di questo inquietante aumento di carisma? Due giuristi, si confrontano a partire dal magistero del defunto arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini: l’allora Presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia; e il professor Adolfo Ceretti, docente di criminologia. Chi avrebbe potuto immaginare che i due sono dotati di questo pericoloso potere carismatorio. A pensarci bene, tuttavia…

La titolare del ministero di via Arenula è persona di cultura giuridica unanimemente riconosciuta; coniuga questa sapere ad altrettante riconosciute doti di umanità; un buon senso che è anche il suo contrario: senso buono. È grazie al suo impegno, quando era vice-presidente a palazzo della Consulta, se per la prima volta dalla sua nascita la Corte Costituzionale effettua una serie di “visite” nelle carceri italiane. Un incontro tra due mondi agli antipodi: la legalità costituzionale da una parte; l’illegalità, la criminalità, la marginalità sociale, dall’altra. I giudici incontrano i detenuti di Rebibbia a Roma; San Vittore a Milano; Nisida a Napoli; Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova; Terni; Lecce sezione femminile. Stimolante e prezioso incontro da cui nasce un eccellente docu-film, Viaggio in Italia. La Corte Costituzionale nelle carceri, di Fabio Cavalli. In effetti, conoscere il suo pensiero, leggere i suoi libri, fa sì che si acquisisca qualche ulteriore “potere”, in termini di consapevolezza dei propri doveri e diritti.

Il ministro ha un’agenda fitta di impegni gravosi e delicati. Sia consentito un sogno: sarebbe gustoso se un giorno si presentasse al carcere di Viterbo. Qualcosa tipo: “Buongiorno. Sono il privilegio che fa aumentare il carisma criminale…Mi fate entrare?”.