di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 14 giugno 2024
Sono ben più di vent’anni che entro in diversi istituti di pena da volontaria o con progetti culturali finanziati da Enti del Terzo Settore; dall’estrema punta nord del Paese e all’estrema punta sud e continuo a credere con forza nelle possibilità di riscatto di un’umanità che ha infranto le regole del vivere sociale in modo più o meno grave, più o meno consapevole. A patto che si possa ricostruire insieme un senso di reciproca responsabilità e di reciproco rispetto. A patto che l’istituzione stessa sia responsabile, che riconosca a tutti i livelli la piena dignità delle persone, in particolare di quelle di cui detiene il corpo, a cui sottrae gli affetti e il tempo, a cui applica la più penosa delle pene: il carcere.
Ma, sempre più spesso, entrando nelle case circondariali, accade di incontrare persone che non dovrebbero stare lì, chiuse tra le sbarre per lunghissime, infinite inutili ore. L’altro pomeriggio a San Vittore insieme a Laura - anche lei volontaria di lunga esperienza - abbiamo incontrato un giovane uomo italiano, infinitamente sofferente e del tutto scollegato dal contesto e dalla situazione. Non si poteva non notare. Ho provato una fortissima indignazione e ho avuto voglia di scrivergli una lettera.
Quanti occhi non ti hanno visto, ragazzo?
Di certo non ti hanno visto quelle persone importanti e gli studenti riuniti nella Rotonda ad ascoltarle. Eppure dicevano parole sagge e serie, finalmente dopo essere state bloccate non si sa bene perché solo qualche mese fa.
Forse non ti hanno visto bene gli occhi di quel giudice che ha firmato la custodia cautelare in carcere, non hanno visto il tuo sguardo lontano, confuso, spaventato e perso non si sa bene dove. Non hanno visto che giri con un sacchetto di plastica con dentro poche cose, le tue poche cose immagino, non hanno visto che hai paura, tanta paura che ti alzi lentamente per chiudere la porta della stanza dove stiamo parlando di un libro, tranquillamente in un piccolo gruppo.
Ma tu hai paura. Di certo ti vedono gli occhi dei tuoi compagni. Allibiti e interrogativi cercano i nostri occhi, con una domanda silenziosa o appena sussurrata: - Ma cosa ci fa qui uno come lui?
Anche i nostri occhi ti vedono, altrettanto allibiti e impotenti. Quando parli è soltanto per chiedere: - Ma quanti mesi mi daranno, lo sai tu quanti mesi mi daranno? -
E la risposta è più patetica e surreale della domanda: - Ma non lo so, come posso saperlo? Tanti anni fa mi sono laureata in Lettere, non so nulla di Giurisprudenza -.
Ma quanti occhi non ti hanno visto, ragazzo? E tu cosa ci fai qui dentro, chiuso in un carcere sovraffollato, con tanta paura addosso che si potrebbe quasi pesare? Ma è questo il carcere della dignità e della rieducazione? Per te che non sei ancora stato condannato e, quindi, sei ancora un cittadino innocente? Proprio come me.
*Giornalista volontaria









