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di Laura Carrer

Il Domani, 2 luglio 2026

“La stessa azienda produttrice Axon ha progressivamente modificato il proprio approccio comunicativo in tema di sicurezza”, è scritto nel report dell’associazione di avvocati StraLi. Intanto il 6 luglio ci sarà l’incidente probatorio a Genova per il caso del ragazzo morto dopo un intervento dei carabinieri. Il taser non è un’arma priva di conseguenze. Un nuovo report dell’associazione di avvocati StraLi lo raffigura come uno strumento che entra in modo critico nella cronaca degli ultimi anni, soprattutto nei casi di persone fermate da militari o polizia in stato di agitazione, fragilità fisica o alterazione.

“A riguardo, è di rilievo osservare come, nel corso degli anni, la stessa azienda produttrice Axon abbia progressivamente modificato il proprio approccio comunicativo in tema di sicurezza” si legge nel report. Infatti, dal 2009 in poi “il dispositivo è stato riclassificato da arma definita “non letale” a strumento “meno letale”“, e l’azienda ha anche provveduto a “un ampliamento significativo degli avvertimenti relativi ai potenziali rischi per la salute”. In quattro anni sette persone sono morte dopo l’uso del Taser: tutte le zone d’ombra dell’arma Nonostante i dubbi e le criticità nelle situazioni in cui la soglia del rischio si alza, l’arma continua a essere impiegata dalle forze dell’ordine sul campo. Come se non bastasse, all’evento di Axon dello scorso ottobre a Roma, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni dichiarava esplicitamente di essere “un grande sostenitore del Taser”.

Al punto di voler aumentare la dotazione di armi a impulsi elettrici arrivando a 10.000 dispositivi su tutto il territorio nazionale. Una volontà sostenuta dalla politica di destra e dai sindacati che rappresentano le forze dell’ordine: secondo loro il taser è uno strumento intermedio tra pistola e manganello. Il caso Bani È dentro questa cornice che va letto il caso di Elton Bani, l’operaio di 41 anni morto il 17 agosto 2025 a Sant’Olcese, in provincia di Genova, dopo un intervento dei carabinieri durante il quale fu usato il taser. L’inchiesta, che ha portato al dietrofront della sindaca Silvia Salis sull’arma, si è allargata: oltre ai due militari che avevano sparato con il taser, già indagati per omicidio colposo, risultano iscritti nel registro anche altri due carabinieri presenti all’intervento, questa volta per falso ideologico. La nuova contestazione, come spiegato da Ansa, nasce dalla discrepanza tra quanto riportato nelle relazioni di servizio redatte dai militari il 18 agosto 2025 e quanto invece raccontato agli inquirenti da due vicini di casa di Bani. Secondo la ricostruzione degli investigatori, i carabinieri avevano spiegato che il ricorso al taser era stato indispensabile perché l’uomo li aveva colpiti con calci e pugni ed era fuori controllo. Svolta sulla morte di Igor Squeo: indagati sei poliziotti I due vicini, però, avrebbero fornito una versione diversa e concordante. Quando ha incontrato i carabinieri, Bani non era armato e si era solo rifiutato di salire le scale di casa per prendere i suoi documenti a fini identificativi. Si era dunque aggrappato alla ringhiera delle scale ed era stato poi messo a terra dai militari.

Secondo i testimoni questi ultimi non riuscivano ad ammanettarlo, e Bani sarebbe stato colpito dalla seconda scarica di taser mentre era a faccia in giù, con una mano sotto la pancia. Proprio la seconda scarica è quella che la perizia medico legale dello scorso dicembre ha individuato come concausa, insieme all’uso di cocaina, dell’arresto cardiaco che ha provocato la morte dell’uomo. Per questo la pm Paola Calleri, che coordina l’inchiesta, ha chiesto di sentire in incidente probatorio i due testimoni ritenuti decisivi.

Il gip di Genova Giorgio Morando ha accolto la richiesta e fissato l’udienza per il 6 luglio prossimo. Nell’ordinanza il giudice ha disposto di ascoltare i due testimoni subito, senza aspettare il dibattimento, perché potrebbero tornare nei loro paesi d’origine e non essere più rintracciabili. L’incidente probatorio, in cui l’avvocato della famiglia Bani e i legali degli indagati potranno fare domande ai due testimoni, dovrà stabilire non solo la sequenza dei fatti che portarono all’uso del taser, ma anche la correttezza della sua successiva rappresentazione negli atti. Morto dopo essere stato colpito col taser, cinque carabinieri indagati a Napoli.

Salvini: “Noi stiamo coi militari” Il caso Bani è diventato uno dei riferimenti principali del dibattito e, probabilmente, servirà a chiarire un punto che il report di StraLi mette al centro: l’effettiva letalità di uno strumento come il taser. Un nodo che ha attraversato ormai diversi procedimenti giudiziari e che sta costringendo la giurisprudenza a definire in modo preciso il perimetro operativo dell’arma. Una recente pronuncia della Cassazione ha ribadito che lo storditore elettrico rientra nella nozione di arma comune, esattamente come una pistola.

In una decisione successiva, però, ha chiarito che l’equiparazione del taser alle armi comuni da sparo non può essere automatica e richiede un accertamento concreto delle caratteristiche tecniche del dispositivo in questione, così come della sua idoneità a lanciare dardi capaci di scaricare energia elettrica su una persona. Sul piano giuridico il taser resta quindi un’arma, mentre su quello operativo dovrebbe essere usato dalle forze dell’ordine solo entro limiti molto ristretti di necessità e proporzionalità. Esattamente come una pistola. La formula “meno letale”, sottolinea StraLi, rischia però di abbassare la soglia di controllo pubblico e operativo sul taser, soprattutto quando la persona fermata è fortemente agitata. Ovvero, stando a quanto successo negli ultimi anni, nella maggior parte dei casi in cui viene estratto.