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di Luigi Manconi

La Repubblica, 5 aprile 2022

La guerra in Ucraina, così come la pandemia di Covid e altre crisi estreme, pone domande radicali. Si tratta di dilemmi etici che mettono in gioco scelte morali destinate, in ogni caso, a produrre effetti di diseguaglianza. E ai quali dobbiamo provare a rispondere.

Ma quanto male è giusto fare per ridurre il male? E a cosa siamo disposti a rinunciare, della nostra stessa integrità morale, pur di combattere l’ingiustizia? Come tutte le situazioni di crisi estrema, la guerra pone domande radicali, raramente consentite dal corso ordinario della vita quotidiana. Interrogativi già emersi durante la pandemia, e che possiamo chiamare “ultimi”, in quanto hanno a che fare con la nostra stessa costituzione psicologica e con la nostra stessa identità individuale: e afferiscono a coppie di concetti come violenza/non violenza, vita/morte, bene/male.

La loro potenza risiede nel fatto che mettono in gioco scelte morali destinate, in ogni caso, a produrre effetti di diseguaglianza. Per capirci: in presenza di due pazienti e di un solo ventilatore polmonare, con quali criteri verrà scelto colui che potrà usufruirne e colui che, invece, ne sarà escluso? L’una o l’altra scelta dà luogo a un trattamento dispari, produce sofferenza e può cagionare morte. E si tratta di decisioni che sono l’esito di valutazioni discrezionali e di giudizi fallibili, che variano a seconda delle congiunture sociali e delle circostanze storiche.

Ma ciò che più conta è che, comunque, si determinano condizioni di ingiustizia che possono essere attenuate e compensate, ma non evitate. Tuttavia sono proprio queste situazioni di crisi estrema che consentono agli individui e alle comunità di acquisire coscienza di sé e dei propri limiti e delle proprie responsabilità. È lo stesso banco di prova al quale ci chiama la guerra.

Consideriamo un primo dilemma. Che cosa sono disposto a fare di male per approssimare la pace? La domanda riguarda allo stesso modo l’individuo pacifista e l’individuo pacifico. Davanti all’aggressore che brandisce la spada per colpire l’inerme, posso decidere di fare mio il disvalore della violenza e tacitare gli scrupoli morali, per salvaguardare l’incolumità della vittima e, dunque, il bene supremo della vita? Sono disposto, cioè, a farmi malvagio, a rinunciare alla mia mitezza e a ricorrere alla mia aggressività per tutelare l’aggredito? Accetto, quindi, di “non essere buono” e di abbandonare la superbia del mio stato morale per affondare le mani nel male, opponendo forza a forza, arma ad arma e violenza a violenza?

È, in realtà, la questione più drammatica, perché non si fonda su una presunzione di superiorità etica (il pacifismo rispetto alla resistenza, la nonviolenza rispetto all’uso della forza), bensì sulla disponibilità a rinunciarvi per un fine più grande di quello rappresentato dalla mia personale innocenza. Nella consapevolezza, oltretutto, che le decisioni che assumeremo saranno prevedibilmente non eque (a esempio, potrebbero causare ulteriori lutti), in quanto esito inevitabile, come ha scritto Jürgen Habermas, di “scelte immorali”, perché non libere: imposte, cioè, da limiti esterni come il prevalere della violenza, la scarsità delle opzioni, l’esiguità del tempo e, ancora, la povertà di risorse (molti pazienti e pochi presidi sanitari...).

Secondo dilemma: a cosa siamo disposti a rinunciare per approssimare la pace? Il governo di Volodymyr Zelensky ha assunto provvedimenti limitativi della libertà di espressione: come l’accorpamento di tutti i canali tv al fine di realizzare “un’unica piattaforma informativa”; poi, la sospensione delle attività di 11 partiti di opposizione allo scopo di “tutelare la sicurezza nazionale”.

Una simile compressione delle garanzie costituzionali e dei diritti individuali, in una situazione eccezionale, richiama in qualche modo quanto accaduto in Italia durante la pandemia. A esempio, l’imposizione di particolari prescrizioni sanitarie e la sospensione del diritto al lavoro nel caso di inosservanza di determinati obblighi.

Questioni assai delicate che il cittadino di un Paese democratico deve poter discutere e criticare, commisurando la legittimità di quelle misure alle esigenze dell’emergenza. E alla consapevolezza che, in tale circostanza, nel conflitto tra libertà individuale e salute pubblica può accadere che quest’ultima debba prevalere. Tanto più, verrebbe da dire, in uno stato di guerra. Chi vive direttamente in una condizione bellica, come i cittadini ucraini, può accettare che le libertà democratiche vengano ridotte per salvaguardare l’unità e la compattezza della resistenza popolare? E chi, come noi, ne è solo spettatore, può accettare che il governo Zelensky limiti autoritativamente la libertà di espressione senza che, per ciò, si neghi a quello stesso governo il nostro sostegno? Ecco, se non saremo capaci di porci queste domande e di provare a rispondervi, temo che - come accade nelle crisi psichiche individuali - alla condizione di angoscia determinata dalla guerra possa seguire, inesorabilmente, un processo di rimozione.