di Stefano Bartezzaghi
La Repubblica, 10 luglio 2019
Ma non dovevano essere "solo" parole? Cécile Kyenge mandata con coretti ultras "fuori dalle palle"; Elsa Fornero immaginata davanti alla "corte marziale" e quindi esiliata. Laura Boldrini rappresentata su un palco da una bambola gonfiabile (per usi non infantili). Ilaria Cucchi invitata a vergognarsi, in particolare di un post su Facebook che "fa schifo". Da ultimo, Carola Rackete, proclamata "criminale", "pirata" e anche antipatica, in quanto "sbruffoncella".
Fossero anche "solo" parole, e innocue, servirebbero pur sempre a manifestare un pensiero e un modo di stare al mondo. Ma da un sia minimo florilegio di quelle che ha variamente indirizzato verso i suoi obiettivi polemici femminili persino í suoi alleati hanno finito per ritenere il vicepremier e ministro dell'Interno un tantino sessista e maschilista, nonché tendenzialmente volgare. Segno che non erano proprio "soltanto" parole.
L'interessato non può meravigliarsene, eppure lo ha fatto, e anzi si è infuriato. Gli è allora venuto incontro il suo collega vicepremier, con la fantastica dichiarazione: "Quanto casino, per un'intervista". Salvini se l'è infatti presa per l'intervista data a Repubblica da Spadafora. Ma sono parole anche quelle di Di Maio, quelle con cui ha reagito Salvini, quelle con cui è stata annunciata la sospensione dell'incontro con la stampa in cui altre parole avrebbero dovuto presentare l'iniziativa sui centri antiviolenza.
Tutte parole, sempre e "soltanto" parole. Alla fine le parole non sono poi così importanti come si sente dire, spesso e quasi sempre in modo un po' troppo querulo. Detto questo, però, si aggiunga che non sono quasi mai "soltanto" parole, le parole, e ancora più raramente sono innocue. Inutile pensare di ridurle all'occasionalità di un'"intervista", quando si è riscontrato oramai da anni che nessuno può pensare più di emergere nella scena politica senza il primario conforto di un'attitudine a cesellare, scagliare, ritrarre, martellare, mitragliare, schivare parole.
È sempre stato così, ma ora può anche essere l'unico requisito, necessario e sufficiente. Siamo governati da persone che non fanno che parlare, ma sarebbe uno sciocco autoinganno aggiungere che sanno "soltanto" parlare. Le parole possono costruire mondi, in un "fiat" si sarebbe detto una volta. Ciò che è detto risulta - automaticamente e perciò stesso - dicibile.
È molto semplice: "orango", "bambola gonfiabile", "bagascia" (Beppe Grillo su Rita Levi Montalcini: per non dimenticare). Ogni espettorazione verbale fa essere qualcosa nel mondo e non si torna indietro. Ciò che è rifiutato ("mi fa schifo!") è azzerato dall'orizzonte del reale. Ciò che è posto ("criminale!") non ha bisogno di ulteriori verifiche, ci sarà pure un giudice che prima o poi capirà a chi è meglio dar ragione.
Parole che costruiscono mentalità, senso comune, persino mode: è un dato dell'epoca la voluttà con cui le ingiurie sessistoidi e razzistoidi dei leader vengono perfezionate, acuite, amplificate, moltiplicate nel numero e nella gravità dai seguaci.
Più ancora dei "soldi, soldi" del bravo Mahmood, le vecchie "parole, parole, parole" di Alberto Lupo e Mina: ma parole con cui l'autoproclamato ministro del Buon Senso ne sta costruendo uno tutto suo, di buon senso, annettendo all'Italia tradizioni esotiche (come quella western della casa che si difende a mano armata) e dando di schifo a chiunque si permetta di contraddirlo, specie se donna. Il buon senso precedentemente in vigore andava in direzione esattamente opposta. Per rovesciarlo non è stato fatto nulla. Sono bastate le parole, "soltanto" quelle.










