sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Franco Corleone

L’Espresso, 1 maggio 2026

In nome della sicurezza, un sistema fatto di Daspo urbani, fogli di via, zone rosse, che incide sui diritti. Alla vigilia della Liberazione è stato approvato l’ennesimo decreto sicurezza, privo dei requisiti costituzionali di necessità e urgenza, con una conclusione farsesca che ha certificato una profonda crisi istituzionale e la riduzione del ruolo del Presidente della Repubblica. La Camera dei deputati si è rifiutata di correggere un errore del Senato (dando un colpo mortale al bicameralismo) e ha bocciato le pregiudiziali di costituzionalità su un punto riguardante il diritto di difesa, segnalato dal Quirinale, e il governo ha messo una toppa con un decreto abusivo, per cancellare una norma non in vigore e costringendo Mattarella a un doppio salto mortale.

È stato messo in luce il coacervo di norme gravissime come il fermo di polizia per 12 ore e l’organizzazione di “agenti provocatori” in carcere. Non è stata invece colta la violazione dell’articolo 17 della Costituzione che non prevede il preavviso per le riunioni anche in luogo aperto al pubblico, mentre deve essere dato preavviso alle autorità solo delle riunioni in luogo pubblico. Nella modifica dell’art. 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza vengono equiparate le due situazioni e la depenalizzazione si accompagna a una sanzione amministrativa fino a 10.000 euro che vieta di fatto il diritto di manifestazione ai giovani.

Il Consiglio superiore della magistratura ha contestato un aspetto del decreto legge che “si pone in linea di continuità con un più ampio processo di progressivo rafforzamento degli strumenti di prevenzione personale e di controllo amministrativo del territorio”.

Ma quel parere non conta, confermando la eliminazione del Csm contenuta nel referendum sulla separazione delle carriere. Invece questo disegno, di amministrativizzazione della sicurezza, è stato messo in luce con lucidità dalla costituzionalista Alessandra Algostino. Un sistema fatto di Daspo urbani, fogli di via, zone rosse, che incide sui diritti fondamentali attraverso strumenti apparentemente più “leggeri” del diritto penale, ma in realtà fondati sul sospetto, sull’alta discrezionalità e su un controllo giurisdizionale debole o differito. Si estendono categorie come la pericolosità sociale, si ampliano i poteri di prefetti e questori.

Si tratta di un reticolo pervasivo destinato a creare un impianto fuori dal perimetro costituzionale, pronto per l’uso arbitrario e senza controllo. D’altronde la nomina di prefetti e questori a ministri dell’Interno è diventata cosa scontata e non desta scandalo. Nel 1944, Luigi Einaudi definì i prefetti “una lue che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone, dittatore all’interno, amante dell’ordine e sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente” in un articolo intitolato Via il Prefetto! in cui proponeva la loro abolizione.

Purtroppo sono dimenticate le considerazioni di Umberto Terracini e di Emilio Lussu presentate nella discussione all’Assemblea costituente; per non parlare della denuncia del ruolo dei prefetti in epoca giolittiana da parte di Salvemini, Gobetti e Matteotti. Sarebbe almeno il caso, in tempi di retorica autonomista, riprendere le riflessioni di Massimo Severo Giannini che nel 1950 affermava: “Se si dovesse considerare il problema dal punto di vista dell’ideale perfezione di uno Stato democratico, non si potrebbe esitare nel concludere che le Prefetture sono organici antidemocratici”.