di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 7 novembre 2022
Viaggio tra le famiglie del ceto medio che tra rinunce e strategie provano a resistere al caro vita e a non cadere nell’indigenza. Quando sono finiti i soldi per la palestra, Salvatore, Miriam e Lorenzo, 20, 17 e 14 anni, non si sono arresi. “Un nostro amico personal trainer ci manda dalla Sicilia un video con gli esercizi, noi ci alleniamo in salotto, gli mandiamo le immagini così, nel caso, lui ci corregge”.
“Tre iscrizioni in palestra, 150 euro al mese, non potevamo più sostenerle e i ragazzi si sono ingegnati”, dice con un sorriso e un soffio di malinconia Pinella Crimì, 48 anni, prof di filosofia e religione al liceo “Augusto” di Roma, mentre guarda con orgoglio i suoi tre figli, Miriam e Lorenzo che fanno il liceo classico, Salvatore che studia Storia con un obiettivo chiarissimo: “Vorrei entrare in diplomazia”.
Borgata Borghesiana, agro romano, strade lacerate di buche senza marciapiedi, pedoni costretti a camminare in fila indiana. La famiglia Rosano, Pinella, prof precaria e Davide, tecnico di telefonia, più Salvatore, Miriam e Lorenzo, abita qui, “ottocento euro al mese, è stato l’unico affitto che potevamo permetterci quando ci siamo trasferiti dalla Sicilia, gli spaventosi aumenti di cibo ed energia ci hanno fatto, accantonare, momentaneamente, il sogno di spostarci dentro Roma”.
Accantonare, rinunciare, dire no. Non solo ai libri, che Miriam adora, o al teatro, passione di Pinella, ma anche al pesce, alla carne, alla frutta. Per capire il vero crollo del ceto medio, quello dei due stipendi con i quali, in un modo o nell’altro, si arrivava alla “quarta settimana” (l’ossatura dell’Italia con una definizione cara Giuseppe De Rita) bisogna entrare nelle case di chi oggi, sul filo della resistenza, nella corsa impazzita dei prezzi, sente sulla pelle il rischio concreto della povertà.
Da Roma a Milano, le storie di Pinella Macrì e Davide Rosano, le loro acrobazie sempre più faticose per assicurare ai figli istruzione, salute, ma anche una cena decente. La tenacia di Antonio Sansalone, 47 anni, che grazie ad una avviatissima edicola al “sogno” del ceto medio ci era arrivato.
Poi la crisi della carta stampata, il Covid, hanno portato la sua famiglia ad avere un budget, per mangiare, di 200 euro al mese. In tre. Alla periferia di Corsico, Milano, Antonio racconta gli schiaffi in faccia della vita.
E poi c’è Anna B. avvocata, l’unica a chiederci l’anonimato, “non posso far sapere ai miei clienti le mie difficoltà”, una brutta separazione alle spalle, una figlia all’università, l’altro al liceo, una mamma in lotta con il Parkinson. Il capitombolo da una vita agiata alla difficoltà. “Il dolore sarà dover dire a mia figlia: non puoi più studiare veterinaria a Padova. Il sudore freddo è la paura di non riuscire a pagare un mutuo di 1500 euro al mese”.
Famiglie impoverite - Secondo una ricerca di “Nomisma” dal titolo “Sguardi familiari”, oggi il 65% delle famiglie giudica “inadeguato” il proprio reddito, il 62% vive con meno di 2000 euro al mese, il 25% ha subito una riduzione di reddito, 6 famiglie su 10 non riescono a risparmiare. E come si tradurrà, socialmente, questa nuova povertà sulla struttura del Paese lo rivela un altro dato essenziale: il 19% delle famiglie, dice l’indagine “affronterebbe con difficoltà la nascita di un nuovo figlio o non potrebbe affrontarla affatto”. Una crisi che non vuol dire (ancora) pacchi alimentari, ma restrizioni nel carrello della spesa, nella vita sociale, nella possibilità di curarsi. Da quella condizione “media”, più o meno in alto o in basso nella scala sociale, alla condizione di “penultimi”. Oltre c’è l’indigenza. L’aumento dei generi alimentari sembra una corsa impazzita: il burro costa il 38,1% in più, il riso il 26,4%, la pasta il 21,6%, il latte il 19%.
In una approfondita ricerca sulle rinunce alimentari viste con gli occhi degli adolescenti, “Action Aid” ha indagato l’impatto della crisi sulla vita familiare e sociale dei giovani tra gli 11 e i 16 anni. Ciò che ne emerge, dalle intense testimonianze dei ragazzini, è il senso di sconforto davanti al frigorifero vuoto o ai banchi del supermercato, vedere i genitori che si tolgono il cibo dal piatto per darlo a loro.
Pinella e Davide, gli acrobati - L’allegria non manca in casa Rosano. Sul muro della cucina-salotto le foto degli incontri con Mattarella e papa Francesco, perché Pinella e Davide fanno parte del “Forum Famiglie”. “Possiamo contare su 2800 euro di entrate fisse, di cui 800 vanno via per l’affitto. Restano duemila euro per vivere in cinque, cibo, vestiti, bollette, libri di scuola. Vuol dire che una visita medica da 60 euro fa sballare i conti”.
Sposati da 21 anni, “tre figli per scelta”, Pinella, Davide e i tre ragazzi sono diventati “acrobati” del risparmio. Salvatore, che grazie ad una borsa di studio non pagherà l’università, è il “cacciatore di offerte”. “Setaccio i volantini dei supermercati della zona: dove trovo a minor prezzo corro e compro.
Con gli amici la sera ceniamo a casa e poi usciamo, nessuno può più pagare un ristorante”. Dei tre ragazzi è Miriam che sembra patire di più, forse, il clima di tagli: “Vorrei più vestiti. E più i libri: ma ormai i prezzi sono assurdi. Sono appassionata noir, sapete quanto costa l’ultimo di Carrisi? Ventidue euro. Una follia per me”.
Pinella Crimì è il motore di tutto. “Mi pesa non poter più mettere a tavola un po’ di pesce, carne di qualità. Taglio di qua e di là per comprare loro un paio di scarpe da ginnastica, qualcosa alla moda, perché non si sentano diversi. Ma l’importante è che possano studiare: ai loro sogni di futuro non rinuncerò mai”.
Antonio, il lottatore - Chiede discretamente di sedersi su una panchina appartata, lontano dal bar, “dove tutti mi conoscono”. Corsico, piazza Europa, quadrilatero disadorno, aiuole secche. Da quando ha dovuto chiudere l’edicola di Porta Genova, con la quale aveva conquistato un relativo benessere, Antonio, sposato con una figlia, fa l’idraulico quando capita e dà una mano ai volontari della onlus “La Speranza” che distribuisce pacchi alimentari.
“A me sembrava di avercela fatta, erano anni belli, all’inizio del Duemila, vendevo 300 copie di Repubblica e 200 del Corriere al giorno, gadget, avevo comprato la casa, l’estate al mare. Come molte partite Iva quando il Covid ci ha spezzato le gambe, ho chiesto il prestito di 25mila euro garantito dallo Stato nel 2020. Ciò che restava del lavoro di edicolante è stato spazzato via dalla crisi dei giornali, oggi mi ritrovo senza un reddito, ma dovendo pagare il prestito, più il mutuo della casa. Mi restano soltanto queste”.
Antonio mostra le mani e racconta di una quotidianità dove nella caccia ai discount si trovano pacchi di pasta da un chilo a 50 centesimi, una volta alla settimana un po’ di carne di maiale, il formaggio simil gruviera, “lo dividiamo in piccoli pezzi, un pezzetto al giorno”. Tutto ciò che si risparmia va a Giada, che fa il secondo liceo, per gli occhiali, per qualche - rara - uscita con gli amici. Ma Antonio non si arrende: “Mia moglie guadagna 1200 euro al mese, quando non ce la facciamo chiediamo aiuto, Giada un bel paio di Nike ce le ha. A cosa serve lamentarsi?”.
Anna, il coraggio di cambiare - “Il cibo? Il prosciutto crudo e il pesce sulla nostra tavola non ci sono più”. Le finestre del salotto di Anna guardano il Tevere, tra i palazzi eleganti di questo angolo di Prati, a Roma, con i pavimenti di graniglia antica. “Da questa prospettiva affermare di aver paura di diventare poveri sembra un insulto, ma la verità è che può accadere. Ho visto miei clienti liberi professionisti perdere le case, non sapete quante aste ci sono. È come una valanga che ti travolge. Eravamo una famiglia agiata, dopo la separazione è caduto tutto sulle mie spalle. Ho dovuto per forza diminuire il lavoro, oggi guadagno circa 4mila euro al mese, di cui 1500 se ne vanno per il mutuo e altri 500 per l’affitto dello studio”.
Anna B. ha 50 anni ma sembra una ragazza. “Quando i prezzi hanno cominciato ad impazzire ho capito di essere sull’orlo di un crepaccio. Duemila euro con una mamma malata, una figlia che studia fuori, vuol dire perdere tutto. Così ho deciso: venderò questa casa meravigliosa, ci spostiamo in periferia, forse, così, sopravvivremo”.










