di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 20 luglio 2021
La riforma del processo penale ha unito i magistrati, oltre le correnti, in una contrarietà tutt'altro che scontata. Chat, mailing list, interviste e dichiarazioni pubbliche: al di là dei giochi tattici della politica, un effetto strategico la riforma del processo penale l'ha già ottenuto: unire i magistrati, oltre le correnti, in una contrarietà tutt'altro che scontata e pregiudiziale. Contrarietà a dispetto della stima di cui godono, nella larga maggioranza dei magistrati, la stessa ministra della Giustizia Marta Cartabia (ex presidente della Corte costituzionale); il presidente della commissione tecnica che ha istruito le ipotesi di riforma, Giorgio Lattanzi (ex giudice in Cassazione, ex presidente della Corte costituzionale); i membri della commissione, tra cui quattro magistrati; i magistrati nel gabinetto e nell'ufficio legislativo del ministero.
Colpisce, in particolare, la esplicita e plateale contrarietà dei magistrati progressisti. Eppure a loro dovrebbe piacere una ministra dalla cultura giuridica garantista e avanzata in materia di diritti. E dovrebbero gradire una riforma improntata al superamento della cultura forcaiola della "certezza della pena", della logica "carcerocentrica" della sanzione, dell'inflazione del processo penale come rifugio di tutti i peccati della società.
E invece, paradossalmente, la contrarietà alla riforma ha unito le due anime della magistratura progressista da un anno in aperta discordia. Se Area ha espresso la sua posizione in modo univoco con diversi esponenti (a partire dal segretario Eugenio Albamonte), Magistratura Democratica ha corretto il tiro, inizialmente non sfavorevole, con un editoriale sulla rivista online Questione Giustizia, firmato dal direttore ed ex membro del Csm Nello Rossi.
Tecnica e politica - L'articolo è una disamina tecnica dei motivi per cui la riforma rappresenta "un mediocre compromesso". Ma sottende una tesi politica di fondo: la riforma non ha un'anima. Per allargare il consenso politico ha depotenziato tutte le misure proposte dalla commissione Lattanzi, con il risultato - politicamente controproducente - di "drammatizzare ulteriormente" il tema della prescrizione, il più sensibile e divisivo. La ricerca dell'accordo tra partiti come unico obiettivo, presentando "all'opinione pubblica riforme mal calibrate e inadeguate come interventi risolutori" e "scaricando sui magistrati il peso dei possibili fallimenti".
Rossi rivendica la coerenza della sua corrente, argomentando che la percezione contraria dipende da un "rapido e inaspettato cambio di prospettiva" tra "il meditato e organico contributo" della commissione Lattanzi e la successiva "mediazione politica che ne ha alterato in più punti l'originaria fisionomia". L'obiettivo di ridurre del 25% la durata dei processi penali, portandola a una misura "ragionevole" secondo standard europei, era conseguito nella relazione Lattanzi con quattro interventi "innovativi e coraggiosi", per incidere sulle diverse fasi del processo. Su tre dei quattro interventi la successiva riforma Cartabia ha fatto grandi "passi indietro", con una "repentina rinuncia a punti qualificanti".
Meno processi - La commissione Lattanzi aveva introdotto "l'archiviazione meritata", già sperimentata in altri Paesi, per chiudere indagini rivelatisi "oggettivamente superflue" alla luce dei "comportamenti virtuosi dell'indagato nei confronti delle vittime o della collettività". La riforma Cartabia l'ha cancellata. La commissione Lattanzi aveva proposto di allargare il perimetro dell'archiviazione delle notizie di reato per "particolare tenuità del fatto".
Una regola introdotta nel 2015 dall'allora ministro Orlando per evitare processi su fatti minori. Classico esempio: il tentato furto al supermercato. La riforma Cartabia ha circoscritto l'allargamento. Allo stesso modo, la commissione Lattanzi aveva proposto di estendere l'istituto della "messa alla prova", che sospende il processo consentendo all'imputato un percorso di risocializzazione (risarcimento del danno, lavoro di pubblica utilità, divieti specifici relativi al reato) e, se va a buon fine, lo estingue. La riforma Cartabia ha circoscritto l'estensione.
I riti speciali - I riti speciali (o alternativi) sono procedure come il patteggiamento: si negozia una pena ridotta evitando il processo. Nei sistemi anglosassoni, così si risolvono più di tre quarti delle inchieste. In Italia, non più del 10%. La commissione Lattanzi aveva proposto un significativo allargamento delle maglie del patteggiamento, ampliando lo sconto di pena al 50% ed eliminando le preclusioni per accedervi. La riforma Cartabia non ha recepito la proposta, limitandosi a un modesto allargamento alle pene accessorie.
Il processo di appello - "Del tutto abbandonata l'incisiva riduzione dei giudizi di appello" proposta dalla commissione Lattanzi "attraverso numerose ipotesi inappellabilità: delle sentenze di condanna e di proscioglimento da parte del pubblico ministero; per l'imputato delle sentenze di proscioglimento relative a reati puniti con la sola pena pecuniaria o con pena alternativa; delle sentenze di proscioglimento e dei capi civili delle sentenze di condanna ad opera della parte civile in sede penale". La riforma Cartabia "si limita a riproporre le limitate ipotesi di inappellabilità già contemplate nel ddl Bonafede" per particolari e residuali categorie di reati.
La prescrizione - Il tema dei temi, nel dibattito politico, sebbene nell'architettura sistematica del processo penale sia (dovrebbe essere) un tema residuale, una patologia. È come se per allestire un'automobile prima di un viaggio si discuta molto di dove sistemare la ruota di scorta, dimenticando di verificare livello dell'olio, pieno di benzina, efficienza dei freni e pressione degli pneumatici. La commissione Lattanzi aveva proposto due soluzioni per la prescrizione. Proposta 1: resta la prescrizione, si sospende dopo la sentenza di primo grado (come nella riforma Bonafede), ma riprende a correre se i processi in appello e Cassazione sforano un tempo limite previsto dalla legge di due anni e un anno. Proposta 2: la prescrizione si estingue nel momento in cui si esercita l'azione penale con la richiesta di rinvio a giudizio. Da quel momento, però, lo Stato deve portare a termine il processo di primo grado in cinque anni, quello di appello in tre, quello in Cassazione in uno. Altrimenti salta tutto.
La riforma Cartabia ha scelto, nella mediazione politica, una terza strada. Quella della improcedibilità se il processo di appello dura più di due anni. Un sistema che, secondo l'associazione nazionale magistrati, potrebbe portare a morte 150mila processi l'anno, stando alle attuali medie di durata dei processi di appello, che in almeno 10 distretti giudiziari (tra cui Napoli, Reggio Calabria, Roma, Catania, Venezia) su 29 sono più lunghi di due anni. Secondo Rossi, la riforma ha sostituito "la razionalità processuale con un comando politico astratto e velleitario", con "effetti paradossali" su processi rapidamente conclusi in primo grado ma destinati a morire in appello.
"Alla politica spetta naturalmente il compito di scegliere ed essa è oggi nelle migliori condizioni per farlo, rispettando le incalzanti scadenze previste per l'erogazione dei fondi europei per la giustizia. Ma scegliere non significa confezionare l'ennesima soluzione farraginosa e confusa lasciando gli operatori della giustizia l'onere di aggirarsi nel labirinto creato dal gioco perverso dei veti, dei postulati pseudo ideologici, delle necessità propagandistiche". Ecco perché i magistrati sono contro la riforma Cartabia. Che peraltro, dice la stessa ministra, "riforma Cartabia" non è "perché più che di riforma Cartabia potremmo parlare di mediazione Cartabia ed è frutto di una responsabilità condivisa".










