di Karima Moual
La Stampa, 12 dicembre 2021
Il padrone non vuole; Non posso perché la padrona ha bisogno di me tutta la settimana; quest'anno non possiamo venire per le feste perché c'è molto lavoro e il padrone non ci lascia...". Questa figura misteriosa del padrone e della padrona, evocata dai miei genitori, mi ha seguita per lunghissimi anni. Prima quando ero ancora bambina in Marocco e loro erano emigrati in Italia a lavorare per noi, ma anche quando li raggiungemmo in Italia dove ho potuto constatare quanto i miei genitori lavorassero davvero tanto, anzi Mohamed e Khadija sgobbavano veramente come due schiavi. Anche quello era il prezzo della loro emigrazione. Orari massacranti senza giorni di pausa e pochi giorni di ferie - solo a Natale - dove per meno di 20 giorni riuscivano a venire in Marocco a trovarci. Erano gli anni '80, e per molti anni, senza documenti, lavorarono in nero, ma anche quando i documenti li ebbero e vennero messi in regola, "il padrone" invece di contrattualizzarli con orari precisi, ha preferito dare loro un forfait, sempre con orari massacranti dove la coppia doveva essere sempre a disposizione. I dettagli dei loro contratti non li conoscevano e nemmeno si azzardavano a chiedere. Per diversi anni, rispetto agli altri colleghi italiani, loro non avevano né tredicesima, né quattordicesima.
Eppure loro, quei padroni quasi li veneravano. Credo perché si erano convinti di trovarsi in una condizione di inferiorità, perché migranti. La discriminazione retributiva erano finiti per sopportarla, che infondo loro, alla fine un lavoro in regola lo avevano, e quello sfruttamento era una condizione a cui sottostare. Non c'era altra scelta, e credevano di essere pure fortunati. Passarono davvero diversi anni prima di sentire un padre, non più giovane, discutere con mia madre perché aveva preso la decisione di iniziare una nuova vita, mettersi in proprio: Non voglio più lavorare sotto padrone - disse quasi gridando. Lo disse con una rabbia feroce e un orgoglio commovente. Ecco, penso a loro, al loro sacrificio come generazione che non sembra bastare perché nonostante siano passati ormai tanti anni, ancora il nostro paese, continua a far vivere lo sfruttamento e la schiavitù a migliaia di persone, che hanno la sola colpa di provenire da un paese straniero, e mettersi a disposizione per un lavoro, che qualcuno non vuole fare.
Sull'ennesima inchiesta ("Terra Rossa") sul caporalato non possiamo avere un sussulto di sorpresa perché c'è di mezzo la moglie di un Prefetto, ma bisognerà vergognarsi per come si finge di non vedere lo sfruttamento e la schiavitù che ormai da decenni continuano a subire i migranti in un settore, quello agricolo, dove difficilmente possono essere nascosti centinaia di corpi e baracche che si muovono a macchia d'olio nel territorio italiano. Poi, sappiamo molto bene, che lo sfruttamento è presente anche in altri settori, come quello dell'edilizia, i servizi, ma dove si mimetizza meglio rispetto a quello agricolo. Sfruttamento e lavoro nero che mettono in crisi anche il nostro sistema pensionistico. Eppure si finge di non avere gli strumenti per combatterlo quando basterebbe investire nella legalità. Quella vera però, che non chiede alla persona fragile e già sfruttata di pagare una somma di denaro per uscire dalla gabbia. Le varie sanatorie - da ultima, quella della Bellanova - sono state un flop perché regolarizzarsi era un percorso ad ostacoli tra cavilli burocratici insieme alla richiesta di un esborso di denaro davvero vergognoso per un paese civile. Non si è capito se l'intenzione fosse fare cassa, o far uscire dallo sfruttamento e dalla illegalità, migliaia di migranti già in condizioni davvero umilianti.
Per affrontare l'illegalità, lo sfruttamento e la schiavitù nelle quali molti migranti sono ingabbiati non rimane che un'iniziativa politica, che non è né di sinistra o di destra ma di buon senso perché tocca una vera emergenza per il paese: regolarizzare le centinaia di migliaia di migranti sul territorio che dimostrano di avere un lavoro, in un percorso di accompagnamento e tutela. Solo in questo modo, togliamo il primo strumento ricattatorio che continuiamo di fatto a lasciare in mano ai caporali. Ci vuole un piano di legalità sullo sfruttamento dei lavoratori immigrati. I vari lavoratori sfruttati e schiavizzati, sono persone che noi stessi rendiamo fragili perché senza documenti e perfetta manovalanza per l'illegalità. Passi per i miei genitori, ma può essere accettabile ancora oggi il messaggio secondo cui la condizione di migrante porta dietro a sé quella di subalternità e inferiorità nel contesto lavorativo? Quei corpi che continuano a non ribellarsi e a sottomettersi all'ingiustizia e nel silenzio, sembrano crederlo. Ancor più che ad oggi non hanno trovato nessuno che dimostri il contrario, con una scelta politica e concreta che gli faccia uscire davvero dalla gabbia dello sfruttamento.









