di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 6 giugno 2021
L'Italia è il Paese delle favole al contrario. Dove l'integrazione è una bella storia che dura quanto quei mappamondi di cartoncino appesi nei corridoi delle scuole elementari, in cui bambini di tutte le razze si tengono armoniosamente per mano. La bella storia che le mamme dei bimbi adottati raccontano ai loro figli africani, indiani, cambogiani: "Questo è il tuo Paese, tu sei italiano, la pelle non conta, siamo tutti uguali". È la bella storia, ancora, che le madri immigrate raccontano ai lori figli di seconda generazione: "Sei nato qui, avrai diritti, sicurezza, cittadinanza". Poi, alle soglie dell'adolescenza, invece, quella bella favola va in pezzi, il finale si rivela una beffa amara, perché il ragazzino nato o ri-nato in Italia, scopre che la sua pelle nera non è più "esotica", i suoi ricci afro non più una lanugine da accarezzare con curiosità e condiscendenza "bianca", ma vuol dire, anche, razzismo, discriminazione, scherno, aggressione fisica, mancanza di diritti. La pelle diventerà quel diaframma che in un Paese sempre più torvamente ripiegato su stesso, grazie alla mitologia salviniana dei porti chiusi e della caccia agli immigrati, gli si imprime addosso come un tatuaggio di diversità.
E nei più fragili è allora che qualcosa s'incrina, come in Seid Visin, che ce l'aveva messa tutta per trovare un posto in questa Italia in cui era stato trapiantato, (perché l'adozione è un espianto e poi un trapianto) il calcio, la musica, gli amici, poi, invece, a 20 anni ha mollato, addio, vi lascio, muoio, ciao mondo. Il disvelamento amaro di scoprirsi stranieri e indesiderati, anzi detestati, quando invece si è stati bambini amati e integrati, Seid lo aveva descritto in una drammatica lettera di due anni fa, raccontando lo choc di ritrovarsi oggetto di razzismo, lui, non un immigrato, "ma adottato quando ero piccolo". "Prima di questo grande flusso migratorio ricordo che tutti mi amavano. Ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità". Eccola la beffa, la favola che si capovolge in inganno. È quello che accade anche ai figli di seconda generazione in un Paese che rifiuta lo Ius soli, ragazzi che non hanno alle spalle lo sradicamento dell'adozione, ma di certo la difficoltà di vivere a cavallo di più culture. A diciotto anni, mentre i loro coetanei si avviano sicuri nell'età adulta, loro si scoprono cittadini di serie B: niente voto, niente accesso ai concorsi, niente eguaglianza.
La lettera di Seid, giovane promessa del calcio, è del 2019. Dentro un incolmabile lutto, davanti al corpo del loro ragazzo che veniva dall'Etiopia, i genitori dicono che non è stato il razzismo ad aver spinto Seid a salutare la vita. Bisogna ascoltarli, in silenzio, forse le ferite erano (anche) altre, nessuno sa, nessuno può dire. Il suicidio è un mistero doloroso. Però quella lettera di Seid è comunque un urlo di rabbia e sbatte davanti ai nostri occhi una verità tremenda: non appena un bambino o una bambina con la pelle scura entra nell'età adulta, viene visto come un pericolo, diventa un nemico.
Gli sguardi della gente si trasformano in lame di disprezzo, così almeno li sentiva Seid. Bastano una felpa e un paio di jeans stracciati come vuole la moda perché l'adolescente "non bianco", adottato o straniero di seconda generazione, venga fermato per primo in un gruppo di compagni, perquisito senza motivo, guardato con sospetto in un supermarket. Chi ha la pelle nera sa che il poliziotto prima ancora dei documenti chiederà: "Hai il permesso di soggiorno?".
Come non fosse ancora ipotizzabile che ci siano italiani con una pelle scura o gli occhi a mandorla. E quel milione e trecentomila ragazzi di origine straniera nati qui? Invece basta una minigonna perché a una ragazza "non nera", che passeggia con coetanee vestite esattamente nello stesso modo, vengano fatte a lei e soltanto a lei proposte offensive e volgarmente sessiste. Seid raccontava l'angoscia di aver creduto di essere italiano e di aver visto, negli occhi degli altri, invece, "un immigrato" con la pelle black, da espellere, da perseguitare. Quanto ci devono far pensare le parole di Seid, verso i nostri figli adottati, verso i nostri figli seconda generazione. Verso tutti quei ragazzi che sbarcano a Lampedusa con la speranza nel cuore e noi non siamo capaci di accogliere.











