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di Gabriele Romagnoli

La Stampa, 18 maggio 2022

Quando viene detto che non ci sono negoziati è probabile che siano in corso. Il rischio è che i contendenti (Putin di sicuro da una parte, Zelensky o Biden dall’altra) si cimentino nel “gioco dell’ultimatum”.

Si tratta di un noto esperimento sociologico, usato per lo più nel campo dell’economia sperimentale, ma applicabile anche a una trattativa come quella sul destino dell’Ucraina. Nella versione classica due giocatori devono decidere come dividere una cifra loro consegnata. Al primo tocca fare la proposta. Al secondo la scelta: accettare o rifiutare.

Se sceglie di rifiutare, amen: nessuno riceve nulla. Si tratta di un ultimatum perché non esiste una seconda possibilità: prendere o lasciare. Nei casi fin qui testati viene di solito rigettata un’offerta inferiore al 30 per cento della somma. Il giocatore pensa di dover salvaguardare un principio di equità e antepone questa scelta al danno che comunque patirà ricevendo zero. Lo consola il fatto che anche l’altro, l’offerente, avrà zero. Quella che viene chiamata una “lose-lose situation” in cui tutti perdono è preferibile a una vittoria 70-30 dell’altro. L’accettazione di un’offerta iniqua creerebbe un precedente, legittimerebbe un sopruso, lascerebbe una ferita nella Storia. Ma il rifiuto che cosa lascia? Niente.

Ora, provate a immaginare questo gioco in un negoziato sotterraneo sull’Ucraina. Certo, è determinante chi sia il primo giocatore: se a fare l’offerta sia Putin o l’altro (Zelensky o Biden). Se la proposta è umiliante per l’avversario è probabile che si ottenga il rifiuto e si prosegua verso una “soluzione zero” in cui restino da spartirsi macerie, rimorsi, errori. Ma quale è il limite dell’accettabilità? Che cosa rende l’offerta vicina al decoroso 50/50? Dove sta l’exit strategy e soprattutto: perché uno dei due dovrebbe indicarla all’altro se pensa di poter ottenere di più? Se non vede che sta distruggendo le proprie risorse, il futuro e lo stesso obiettivo oggetto della sua rivendicazione? Come uscirne? Negli esperimenti a un certo punto si è cominciato a somministrare ai giocatori una sostanza chiamata citalopram, un inibitore della ricaptazione della serotonina. Qualcosa di simile all’immaginario captorix ingerito dal protagonista del romanzo di Hoellebecq intitolato appunto Serotonina. Nel suo recente libro La pillola per diventare buoni il filosofo Matteo Galletti riferisce che dopo la somministrazione “i riceventi si dimostrano meno propensi a ridurre i guadagni degli offerenti che hanno proposto somme inique”. Non è chiaro se possa anche indurre a offerte più equilibrate. Per quello si può ricorrere all’ossitocina, la cosiddetta “molecola morale”, capace di favorire la fiducia e la generosità.

Sorvolando sulla difficoltà di far assumere queste sostanze a contendenti che siano capi di Stato (ma c’è chi ha saputo rendere ben altri servizi), resta la domanda: sarebbe lecita una risoluzione chimica del conflitto? O dei conflitti, dato che la “pillola per diventare buoni” potrebbe essere somministrata anche prima di un’assemblea di condominio, dopo un tamponamento, durante un talk show? Si aprirebbe un dibattito. “No pill” difensori del libero arbitrio a qualunque costo contro fautori del condizionamento a fini di prevenzione delle guerre su ogni scala. Poi magari scopriremo che è già in atto: non si dava forse il bromuro a colazione alle reclute per tenerle calme? Non servirebbe ancora quando si radunano a distanza d’anni? Nella scena più famosa del film Matrix veniva data al protagonista la scelta tra due pillole: blu, fine della storia; rossa, la verità. E noi: preferiamo diventare buoni o giocare all’ultimatum?