di Luigi Manconi
La Stampa, 28 aprile 2023
Innocenti assoluti e vittime dell’autoritarismo penale del governo, la loro unica colpa è il vincolo di sangue. La lettera pubblicata ieri da La Stampa, scritta dal gruppo “Costituzione viva” delle detenute del carcere di San Vittore di Milano, è un importante documento di letteratura civile.
La dimostrazione inconfutabile che l’art. 27 della Carta Costituzionale, al terzo comma, non racconta un’utopia quando parla di “rieducazione del condannato”, ma indica una concreta, concretissima opportunità. Anche il carcere, questo nostro sistema penitenziario tetro e sordido, questa istituzione chiusa, patogena e criminogena, può offrire una qualche possibilità di salvezza.
Ma cosa c’entra tutto questo con Vittorio Foa, antifascista e tra i fondatori del Partito d’Azione, e con Fratelli d’Italia? Si vedrà, ma intanto torniamo alla lettera da San Vittore. Il testo rivela che i suoi autori sono cittadini consapevoli e orgogliosi di esserlo; e che la critica argomentatissima che vi si legge, oltre a corrispondere puntualmente a verità, mostra la via per la riforma profonda di una condizione che grida vendetta davanti a Dio e agli uomini: quella degli “innocenti assoluti”. Ovvero, i bambini da zero a tre anni reclusi in carcere con le proprie madri.
Chiunque sia prigioniero rivendica, a suo modo e a vario titolo, la propria innocenza. Che lo sia o meno sotto il profilo giudiziario è tutt’altro discorso, ma ciò che più conta è che tutti o quasi, imputati e condannati, avvertono come iniquo lo stato di cattività e vi si ribellano. Chi non può ribellarsi sono, appunto, gli “innocenti assoluti”, nati in carcere o entrativi neonati, la cui sola colpa - come in una tragedia greca - è il vincolo di sangue che li lega a donne titolari di una colpa.
Questi minori patiscono offese gravi ai loro sensi nella fase del più delicato sviluppo e subiscono alterazioni rispetto alla vista, all’udito, al tatto. L’impossibilità di uno sguardo lungo e senza sbarre, di rumori ordinari propri di una vita ordinaria, di contatti fisici spontanei e liberi e il peso degli odori acidi e acri dell’atmosfera carceraria: tutto ciò condiziona gli anni della prima infanzia e influisce su quelli successivi.
Già nel 2001 la cosiddetta “legge Finocchiaro” (modificata nel 2011) affermò l’incompatibilità tra maternità e infanzia e carcere e dispose che “le condannate madri di prole di età non superiore ad anni dieci, se non sussiste un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti e se vi è la possibilità di ripristinare la convivenza con i figli, possono essere ammesse a espiare la pena nella propria abitazione, o in altro luogo di privata dimora, ovvero in luogo di cura, assistenza o accoglienza”.
La legge funzionò solo parzialmente, e in questi oltre vent’anni un numero di bambini oscillante tra i 18 e i 74 sono stati detenuti. Per varie ragioni: a causa di pregiudizi e resistenze di una parte della magistratura, per vischiosi ostacoli burocratici, per l’oggettiva difficoltà a trovare soluzioni residenziali dove scontare la pena. Eppure, dalla riforma del 2011, una scelta capace di pressoché azzerare il numero di “bambini galeotti” c’è: la norma prevede, infatti, la realizzazione di case famiglia protette dove venga garantita sia la sicurezza, sia la possibilità dei bambini di crescere in un ambiente che non ne mortifichi le risorse, non ne spenga gli stimoli, non ne riduca le potenzialità.
In altre parole, un ambiente non carcerario. Ma l’incredibile e meschina avarizia della nostra finanza pubblica ha consentito che, finora, si rendessero disponibili appena due case famiglia, una a Roma e una a Milano. Quella stessa norma, tuttavia, presenta limiti gravi. Da qui un nuovo disegno di legge in materia, presentato nella scorsa legislatura a prima firma del deputato del Pd Paolo Siani e riproposto in quella attuale. Ma, il 22 marzo scorso, nella commissione Giustizia della Camera, la maggioranza di destra approvava delle proposte che prevedevano la detenzione per le madri, nel caso (non infrequente) di recidiva, e l’inapplicabilità della misura del differimento dell’esecuzione della pena per le donne incinte o con un figlio che abbia meno di un anno. Così, il testo risultava totalmente snaturato, tanto da indurre il Pd a ritirarlo. La prima responsabilità è di Fratelli d’Italia che, più ancora della Lega, persegue una politica giudiziaria tutta concentrata sull’estensione massima della risposta penale, sull’innalzamento delle pene e sul ricorso al carcere come, tendenzialmente, sola sanzione applicabile.
Tutto ciò si chiama autoritarismo penale e rappresenta uno dei tratti che qualificano i regimi autocratici. Ripetiamolo per l’ennesima volta: in Italia non c’è alcun “pericolo fascista”, certo, ma la storia e la scienza politica insegnano che le democrazie autoritarie sono state e sono numerose nel mondo. Combatterle è un dovere, sapendo che la questione della giustizia, delle pene e delle sanzioni, dei tribunali e delle carceri, è fondamentale.
Una grande personalità, opportunamente citata in questi giorni, Piero Calamandrei, nel 1945 fondava la rivista Il Ponte. In un fascicolo speciale, pubblicato quattro anni dopo, veniva chiesto a numerosi esponenti dell’antifascismo il loro pensiero sul carcere. Vittorio Foa (otto anni di prigionia fascista) così rispondeva: “dopo un certo numero di anni nella coscienza del recluso la pena non può finire. Ogni pena è a vita. Ma si rifletta che le privazioni materiali del carcere sono poca cosa o comunque cosa alla quale l’organismo umano si adatta con facilità, ma che il peso reale della detenzione consiste solo nel progressivo svanire della volontà col decorso del tempo”. La conclusione è: “Nessuna pena detentiva dovrebbe perciò superare i tre, e al massimo i cinque anni”. Che si condivida o meno una tale radicale riforma, non la si attribuisca comunque a una sorta di delirante miraggio. Dietro c’è la tragedia dell’esperienza patita: “Bisogna vedere le carceri, bisogna conoscerne il dolore per dargli valore”. (Piero Calamandrei).










