di Annalisa Cuzzocrea
La Stampa, 8 agosto 2024
Nelle carceri italiane spezzate dal sovraffollamento, dal caldo torrido, dalla mancanza di servizi ci sono, in questo momento, in tempo di vacanze estive, sole, mare, montagna, 24 bambini. Ventiquattro bambini piccoli e anche piccolissimi: 6 all’Icam delle Vallette a Torino, due in quello di Venezia, due nella sezione nido di Rebibbia, quattro nell’Icam di Lauro in Campania, sei in quello di San Vittore, tre nel carcere di Bollate, uno in quello di Lecce. È un conteggio che la Stampa non si stanca di tenere perché è un conteggio disumano. Significa questo, il carcere, per un bambino: una cella come casa, sbarre che si chiudono a un’ora predefinita, entrate e uscite - quando un po’ più grandi - regolate dalla presenza dei volontari e delle associazioni. Una a settimana, spesso. Ma ve lo immaginate un bambino che esce dal carcere solo una volta a settimana? Magari verso il mare e la spiaggia, un paio d’ore, ma poi si torna indietro.
Significa vista rovinata dalla luce artificiale, dimensione dello spazio alterata, legame con la madre messo a rischio per sempre quando si realizza - succede negli Icam, dove i bambini possono restare fino a dieci anni - che quella che si sta espiando è la sua colpa. Che il motivo per cui si è rinchiusi sono i suoi errori. Finora in carcere si poteva entrare, tranne casi particolari, a partire da un anno. Adesso, con le norme volute dalla maggioranza guidata dalla Lega di Salvini, ossessionata dalle borseggiatrici incinte, può accadere prima. Quando si è ancora in pancia, o nei primi dodici mesi di vita: il ddl sicurezza ha cancellato l’obbligo del differimento della pena in questi casi. Il risultato è che, quando entrerà in vigore, il numero di bambini in carcere tornerà a crescere. Era diminuito in tempi di Covid, quando si è capito che le norme cui appellarsi per far scontare alle madri le pene in posti più umani di una prigione c’erano. Solo che nessuno le applicava.
A marzo scorso una ragazza di ventisei anni ha perso il suo bambino nel carcere di Sollicciano, a Firenze, per complicazioni della gravidanza. Era successo a San Vittore nel 2022. Nel 2019 a Pozzuoli. A Rebibbia nel 2021 una donna ha partorito in cella aiutata dalla compagna di stanza. Nel 2018 un’altra che in carcere non avrebbe dovuto stare, perché malata di mente, non era stata visitata in tempo. L’hanno messa in cella con i figli di 19 e 6 mesi: li ha uccisi scaraventandoli dalle scale.
Ho visto quelle scale, ho visto quelle celle e i bambini che giocano con le chiavi delle assistenti e implorano: “Apri”. Come me le hanno viste i parlamentari che chiedono da anni di fare quello che le leggi già consentirebbero: permettere a quelle donne di scontare la loro pena, tutta la loro pena, in case famiglia protette. Ce ne sono due per ora, una a Roma e una a Milano. Lì i bambini possono essere inseriti in un tessuto urbano normale, non ci sono celle, sbarre, chiavi. E no, non ci sono evasioni, ma c’è spesso una seconda possibilità per donne a loro volta, quasi sempre (parlate con le operatrici in carcere, se non ci credete) vittime di tratta, abusi, sfruttamento.
Ieri lo hanno ripetuto in aula Debora Serracchiani, Maria Elena Boschi, Riccardo Magi. Il Pd aveva presentato un ordine del giorno al decreto carceri che impegnava il governo a finanziare le case famiglia e permettere di scontare la pena alle detenute madri - e ai loro figli - in contesti più sani per loro. Non si stava chiedendo di liberarle, non si chiede di annullare le pene, solo di fare uno sforzo di civiltà. Il governo aveva inizialmente dato “parere positivo con riformulazione”, la leghista Simonetta Matone, che in commissione aveva strenuamente difeso le ragioni della stretta, ha chiesto di sottoscrivere quello stesso ordine del giorno, ma era una provocazione. Il deputato Lacarra non l’ha raccolta, lei è esplosa tra gli applausi dei suoi: “È meglio stare dentro la metropolitana a rubare, al settimo mese di gravidanza, o è meglio stare in un Icam, con il medico, il puericoltore, il ginecologo?”. Risultato: il governo ha ritirato il parere positivo, si torna a fare la guerra sui più fragili tra i fragili, senza neanche provare a venirsi incontro.
Matone dipinge un mondo in cui tutte le detenute madri sono ladre di etnia rom, falso, come si potesse farne una questione razziale. E in cui gli Icam - gli istituti nati proprio per loro, ma che sempre carceri restano - sono posti tutto sommato niente male. Falso, e se potessero glielo spiegherebbero quei bambini, le loro sofferenze, la loro vita segnata dal dolore e dalla colpa. Nella battaglia ideologica di norme come questa, che servono solo alla propaganda cattivista tanto in voga, ci si dimentica che mentre i parlamentari sono pronti a partire per le vacanze, nelle celle italiane resteranno 24 bambini e altri ne entreranno. Il ministro della Giustizia Nordio ha chiesto al presidente Mattarella un incontro sulla situazione fuori controllo nelle carceri. Chissà se di quei bambini stavolta si ricorderà, o se continuerà a proporre ricette che non aiutano nessuno.










