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di Goffredo Fofi

Il Manifesto, 14 dicembre 2024

Ho appena visto un libro, “Lontano dalla vita degli altri”, scritto da Giovanna Canzi e illustrato dalla bravissima e sensibile Gabriella Giandelli che ha realizzato anche in passato tanti bei lavori. Un libro che racconta un’esperienza di lavoro di insegnamento in un carcere. Chi sono “i buoni” nel mondo adulto italiano? Ci sono? Che cosa fanno? Di recente, un convegno ha riunito le Comunità di accoglienza italiane (Cnca) e ci ha ricordato che sono tanti coloro che dedicano la loro attività quotidiana, alcuni in parte, a coprire i bisogni dei meno fortunati e a risolvere almeno in parte i loro problemi, secondo il vecchio motto dei primi assistenti sociali del dopoguerra: “aiutare gli altri perché si aiutino da soli”.

E ci sono tante altre associazioni, altri coordinamenti.

Diciamolo: sono (siamo) tanti, ma non contano (contiamo) quanto dovrebbero (dovremmo) e quanto potrebbero (potremmo), in un contesto disordinato come quello italiano e, oggi, con un potere politico all’insegna dell’egoismo. Una politica che sembra disprezzare - salvo profittare del loro lavoro - dei “buoni” che cercano di assistere chi meno ha e chi, individuo o gruppi, è emarginato dalle schiere dei “garantiti”. Il potere ha bisogno di loro (di noi) e senza questa vasta categoria di “buoni” si presenterebbero al paese assai più problemi di quanti non debbano affrontarne i “cattivi” che comandano, e coloro che li approvano e che li votano.

Molti gruppi, molte associazioni di “buoni” fanno, insomma, quel che competerebbe allo Stato di fare, alle sue istituzioni. Sono “le persone di buona volontà”, riunite in gruppi e in associazioni, a evitare al paese (e ai suoi governanti) non pochi problemi… Su questa ambiguità originaria e a cui non si vede rimedio - del volontariato, del terzo settore, dell’associazionismo eccetera - e in assenza di una politica debitamente attenta ai bisogni di tanti e debitamente riformatrice, i “buoni”, per quanto numerosi e per quanto preparati e accorti, possono fare poco, anche se quel poco è prezioso.

Ho appena visto un libro (“Lontano dalla vita degli altri”, Marinonibooks, pp. 72, euro 35) scritto da Giovanna Canzi e illustrato dalla bravissima e sensibile Gabriella Giandelli che ha realizzato anche in passato tanti bei lavori, un libro che racconta un’esperienza di lavoro di insegnamento in un carcere. Sono agili ed evocativi i testi come le immagini, e ci ricordano una condizione, quella dei carcerati, che è assolutamente drammatica a giudicare dalla cronaca (per esempio per il numero di suicidi tra i carcerati, e per le violenze che una parte dei carcerieri continua a praticare su giovani e vecchi, uomini e donne che per un motivo o per un altro hanno evaso una o più leggi).

La limpida misura delle immagini accompagna un testo che chiede partecipazione senza imporla, che non ricatta affettivamente, che mostra gli ambienti nella loro angosciosa freddezza e vi aggiunge ritratti a figura intera di giovani carcerati di varia provenienza. Di giovani come tanti, senza “segni particolari”… variamente comuni, variamente vivaci, e variamente commoventi anche senza volerlo…

Il volume è completato da una prefazione di Laura Bosio e da una postfazione di Corrado Cosenza che illustra i modi in cui nelle carceri italiane si insegna. Di Bosio cito le righe finali, che ci riguardano tutti: il lavoro di insegnante in carcere, che è, dice, più “di cura” che di insegnamento, ci ricorda che “il male non è altro da noi, estraneo alle nostre coscienze. ‘I buoni’, ha scritto Cioran, sono ‘mine vaganti’”.