sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Karima Moual

La Stampa, 24 settembre 2022

“L’ho uccisa io, l’ho uccisa per la mia dignità e per il mio onore”. Quelle di Shabbar Abbas, il padre di Saman, la ragazza pakistana di appena 18 anni, scomparsa nella notte del 30 aprile 2021 a Novellara, non sono solo parole che consegnano una confessione del delitto - seppur fatta durante una telefonata a un parente in Italia, mentre lui e madre Nazia, sono già lontani e al sicuro in Pakistan, dopo la fuga.

Le parole di questo “padre” sono l’ennesimo sfregio alle numerose battaglie per i diritti delle donne, e non solo. Ma insieme sono anche l’immagine agghiacciante sullo stato di integrazione del fenomeno migratorio in Italia e la complessità che custodisce, fatta di culture, tradizioni e usanze che alle volte sono in contrasto con valori e diritti conquistati con fatica, e uno di questi riguarda proprio il delitto d’onore, insieme alla concezione che si ha sulla figura femminile. Fino a 40 anni fa, proprio nel nostro paese la legge prevedeva una pena ridotta a chi uccidesse la moglie o il marito, la figlia o la sorella per difendere il proprio onore o quello della famiglia.

Fino al 1981, lo Stato italiano, dava rilevanza legale al concetto di onore per punire un omicidio con una pena molto più bassa dei 21 anni, il minimo del carcere previsto. Oggi, questa drammatica storia di immigrazione che proviene dalla comunità pakistana in Italia - ma non solo - ci riporta a quegli anni bui, ricordandoci ancora una volta come le battaglie sui diritti hanno bisogno di un presidio continuo, mentre dall’altra non può che aprirsi con un quesito fondamentale: come sia possibile che la famiglia Abbas, e molto probabilmente molte altre ve ne sono, possano vivere nel nostro paese, lavorare, crescere, sfiorarci, condividendo spazi, parole, e financo l’aria che respiriamo senza essere contaminati positivamente in conquiste importanti e decisive per la nostra società, come quelle dei diritti e delle libertà?

Saman, la figlia di Shabbar e Nazia, per come ci ha consegnato la sua storia di ribellione ci era riuscita ma è dovuta scappare, e infine ha pagato il prezzo più alto. È facile oggi, raccontare questa famiglia come proveniente da un contesto sicuramente retrogrado, misogino e patriarcale, ma quella famiglia di origini pakistane, viveva da molti anni nel nostro paese, e la verità che dobbiamo confessarci è che nell’indifferenza totale abbiamo permesso che in maniera indisturbata crescesse qualcosa di aberrante.

Perché non ci siamo preoccupati del percorso di integrazione e sradicamento di aspetti culturali che non devono avere alcun alibi per poter proliferare tranquillamente? Forse perché continuiamo ancora a percepire il fenomeno migratorio, con i suoi uomini, donne, figli e figlie come qualcosa di provvisorio, anziché radicato, nostro, che ci riguarda da vicino e può compromettere in negativo o in positivo il futuro di tutti noi. Un errore fatale che non possiamo più permetterci, e in questo senso, va portata avanti anche la battaglia giudiziaria contro i genitori di Saman, fuggiti in Pakistan. Bisognerà attivarsi a più livelli perché questa storia italo-pakistana, che si è consumata nel nostro paese, venga riportata alla giustizia italiana. Lo si deve a Saman della quale non si è trovato neppure il corpo, alle tante donne che portano avanti le loro battaglie in silenzio e nella paura, a chi crede nei diritti come bene comune, e che l’integrazione sia la via maestra per una convivenza pacifica. La parola “onore” continua a seppellire le donne ovunque si trovino. In Italia, in Pakistan come in Iran in questi giorni dove l’onore si misura anche per come si indossa un pezzo di stoffa sul capo, per coprire i capelli, scomodando un Dio. Ma è sempre la stessa maledetta storia: misoginia, patriarcato e odio per le donne e la loro libertà. Ecco, solo avendo bene in chiaro le radici si può fermare insieme questo male, ovunque si annidi.