sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Enrico Mingori

The Post Internazionale, 8 maggio 2026

Nelle carceri italiane quasi un detenuto su tre è tossicodipendente: parliamo di circa 20mila carcerati su 62mila. La maggioranza di loro è assuefatta alla cocaina o al crack, mentre un quarto è schiavo di oppioidi come l’eroina. Contrariamente a quel che si sente ripetere spesso con una buona dose di superficialità, la tossicodipendenza non è un “tunnel da cui uscire”, ma una patologia cronica e recidivante che richiede precisi trattamenti sanitari. Eppure, dietro le sbarre, proprio quando sono nelle mani dello Stato per 24 ore al giorno, queste persone ricevono in molti casi un’assistenza non all’altezza.

I numeri del caos - Nei 189 istituti penitenziari del nostro Paese i detenuti tossicodipendenti vengono seguiti dalle aziende sanitarie territoriali, da 36 servizi strutturati e da 146 équipe per le dipendenze. Ma solo 152 carceri possono contare su SerD (Servizi per le Dipendenze) interni alla struttura. Le altre 37 (un quinto del totale) devono arrangiarsi facendo affidamento soltanto sul risicato personale sanitario interno e sul supporto esterno delle Asl locali. Ancora più critico è il dato sugli Icatt, gli istituti di custodia attenuata per il trattamento delle tossicodipendenze, centri pensati appositamente per detenuti con problemi di dipendenza da sostanze: in tutta la penisola se ne contano appena 12, per un totale di 417 posti disponibili, che per giunta nemmeno risultano del tutto occupati. “In alcuni casi si ricorre a consulenze esterne o a trasferimenti verso strutture dotate di servizi specifici, ma talvolta le soluzioni risultano discontinue e insufficienti”, spiega a TPI l’avvocata Irma Conti, componente del collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. “Ne consegue la difficoltà nel garantire continuità terapeutica e programmi riabilitativi strutturati”.

“Il carcere, nella sua configurazione attuale, difficilmente rappresenta un ambiente adeguato al trattamento della tossicodipendenza”, osserva Conti. La tossicodipendenza, sottolinea la garante, è “una condizione sanitaria complessa che richiede continuità di cura, supporto psicologico e programmi riabilitativi personalizzati. L’ambiente detentivo, invece, è spesso caratterizzato da sovraffollamento, carenza di risorse e limitate opportunità terapeutiche e trattamentali, fattori che possono aggravare la condizione del detenuto anziché favorirne il recupero e la cura”.

Nel 2024 il 57% dei detenuti tossicodipendenti ha ricevuto trattamenti integrati farmacologici e psico-sociali, il 21% è stato supportato unicamente dal punto di vista psico-sociale e il 12% esclusivamente da quello farmacologico. Il 6% è stato invece affidato a comunità terapeutiche esterne come misura alternativa al carcere. Tuttavia, in quasi un caso su due, questa soluzione non ha prodotto gli effetti sperati: considerando anche i detenuti agli arresti domiciliari e i dipendenti da alcol, il 44% degli affidamenti è stato infatti revocato in corso d’opera.

Casi virtuosi / 1 - Nell’assistenza ai detenuti tossicodipendenti, però, non è tutto da buttare. “In alcuni casi, grazie alle capacità specifiche delle professionalità sanitarie, è proprio in carcere che avviene la presa in carico da parte dei servizi territoriali di persone che, in libertà, non erano state individuate come tossicodipendenti”, sottolinea la garante Conti. Al Regina Coeli di Roma, per esempio, circa il 30% delle diagnosi sono “prime diagnosi”: significa che quelle persone, fino al momento del loro ingresso in carcere, non erano mai entrate in contatto con i servizi sanitari per il trattamento della loro patologia. La casa circondariale capitolina è oggi un esempio virtuoso nella gestione delle tossicodipendenze. Merito anche del modello organizzativo predisposto dall’Asl Roma 1 a partire dal 2022. Prima di allora i pazienti del Regina Coeli erano assistiti da due équipe di lavoro esterne e separate: una focalizzata sulla salute mentale e una sulle dipendenze. Dal 2022, invece, l’Asl ha accorpato le due équipe in un’unica unità operativa integrata - denominata “Salute mentale e dipendenza in ambito penale” - che è incardinata stabilmente all’interno dell’istituto. “In questo modo si evitano sprechi, frammentazioni e rischi di sovrapposizione nei trattamenti: abbiamo una visione unitaria delle problematiche di ogni singolo paziente”, spiega a TPI la dottoressa Adele Di Stefano, responsabile dell’unità operativa.

Da allora l’approccio ai piani di trattamento è profondamente cambiato. Un’importante novità ha riguardato la gestione delle misure alternative alla detenzione. “In precedenza - spiega Di Stefano - molti affidamenti in comunità venivano interrotti prima della fine del programma. Studiando il fenomeno, abbiamo notato che spesso i pazienti in questione non avevano alcuna consapevolezza del percorso che li attendeva oppure venivano mandati in strutture che poco corrispondevano al loro profilo clinico. Abbiamo quindi introdotto un trattamento motivazionale, individuale o di gruppo, volto a individuare la soluzione migliore per quella specifica persona e a farle acquisire consapevolezza della patologia e motivazione al trattamento”. “Così - sottolinea la dottoressa - siamo passati da una percentuale di interruzione dei programmi del 60% a circa il 10%”.

Un’altra innovazione di primaria importanza introdotta al Regina Coeli - e da solamente altri 23 istituti in Italia - è quella delle terapie long-acting: anziché essere somministrati tutti i giorni, i farmaci per il trattamento della tossicodipendenza vengono somministrati una volta alla settimana o una volta al mese, utilizzando una specifica formulazione iniettabile a rilascio lento prolungato. Questa metodologia - applicata in particolare per i farmaci antagonisti degli oppiacei - consente non solo di migliorare la qualità di vita del detenuto, liberandolo dall’assunzione quotidiana della terapia, ma anche di limitare i fenomeni - purtroppo frequenti nelle carceri - di “misuso” e “diversione” dei farmaci, ossia l’uso improprio rispetto alle prescrizioni e la cessione a terzi. “Prima di introdurre questa novità - racconta Di Stefano - abbiamo fatto un lavoro di preparazione: abbiamo cioè spiegato ai detenuti, sia individualmente sia in gruppo, in cosa consisteva questa nuova formulazione e quali vantaggi avrebbero avuto loro come pazienti. Abbiamo risposto a tutte le relative domande. Inoltre, prima di procedere, quando ancora le somministrazioni erano quotidiane, abbiamo effettuato un lavoro di monitoraggio clinico costante sulla corretta assunzione dei farmaci, verificando che non si facesse misuso o diversione del farmaco. In questo modo - fa notare la dottoressa - siamo riusciti a registrare un’adesione del 100% dei detenuti tossicodipendenti alla terapia long-acting”.

Casi virtuosi / 2 - Le formulazioni di buprenorfina longaction iniettabile, commercializzate in Italia da Molteni Farmaceutici, sono state introdotte recentemente anche nell’altro grande carcere capitolino, Rebibbia, su input questa volta dell’Asl Roma 2. “Le terapie long-acting rappresentano un vero cambio di paradigma nella gestione del disturbo da uso di oppioidi, conferma Rita Fabbo, Health Value Demonstration e Corporate Affairs Officer di Molteni: “A differenza della terapia quotidiana, soggetta a fluttuazioni cinetiche con continui picchi e valli, l’iniezione sottocutanea garantisce una concentrazione plasmatica costante. Questa stabilità farmacologica favorisce l’aderenza al trattamento, riducendo drasticamente il rischio di ricadute e di overdose. Inoltre, l’erogazione in ambiente protetto azzera il rischio di diversione, manipolazione o ingestione accidentale. Liberare il paziente dall’obbligo della somministrazione quotidiana significa restituirgli autonomia e dignità: una scelta che non solo facilita il reinserimento lavorativo e familiare, ma abbatte definitivamente lo stigma associato alla patologia”.

A Rebibbia, inoltre, nelle scorse settimane è stato avviato un percorso di studio avanzato per la realizzazione di una Casa della Comunità all’interno del polipenitenziario, nell’ottica di “riconoscere al detenuto la stessa dignità assistenziale di ogni altro cittadino, in piena aderenza ai principi costituzionali e alla visione di una sanità pubblica capace di raggiungere ogni persona, senza esclusioni”. Il progetto è rivolto ai detenuti con disturbo da uso di oppiacei, che nell’istituto romano rappresentano approssimativamente il 30% della popolazione carceraria. L’intervento, avviato il 20 aprile, ha inizialmente coinvolto una ventina di pazienti seguiti dal SerD interno e sarà progressivamente esteso.

Tagli su tagli - Senza adeguati investimenti economici da parte delle istituzioni, tuttavia, si può far ben poco. Secondo il campione osservato da Antigone nel suo ultimo rapporto annuale, in due penitenziari su tre non è presente un medico 24 ore su 24. “Nelle carceri la situazione è ormai drammatica e abbandonata a se stessa”, dice a TPI Giuseppe Lumia, ex parlamentare del Pd e padre della legge del 1999, che porta il suo nome, sui servizi per le tossicodipendenze: “Dentro gli istituti lo spaccio di sostanze è ricorrente, gli operatori sanitari e sociali delle dipendenze sono ridotti al lumicino e hanno un carico di lavoro del tutto insostenibile. Anno dopo anno, si è preferito chiudere gli occhi e ridurre così il carattere educativo e trattamentale che la Costituzione assegna alla funzione della pena”.

“In questa legislatura - prosegue - il Governo ha scelto di intervenire solo sul profilo custodiale e ha ridotto gli investimenti in rapporto al Pil nella sanità pubblica, in generale, e in quella carceraria e delle dipendenze, in particolare. Abbiamo un deficit di operatori e di risorse che mette in serio pericolo lo stato di salute dei detenuti, soprattutto se dipendenti”. Per colmare il gap, secondo Lumia, occorre predisporre una serie di “interventi mirati”, tra cui “strutturare per differenti tipologie di detenuti il percorso carcerario”, “rafforzare gli organici dei professionisti sanitari e sociali”, “programmare e consentire in tutti gli istituti penitenziari l’uso di farmaci a lungo rilascio” e “consentire la presa in carico dei detenuti con dipendenze accertate nelle Comunità Terapeutiche attraverso piani condivisi con i Servizi pubblici dei Serd, per evitare una deleteria delega in bianco che può minare la serietà della cura e la possibilità di sviluppare percorsi alternativi efficaci e sicuri”.

In Italia, ricorda l’ex deputato e senatore (in parlamento dal 1994 al 2018), “abbiamo costruito un “sistema a rete” di politiche di prevenzione, cura e reinserimento sociale, che ha nel paradigma dell’integrazione il suo focus strategico: integrazione nell’approccio terapeutico, integrazione tra SerD, Comunità Terapeutiche e Servizi di Prossimità, integrazione tra la dimensione bio-psicoeducativa e quella sociale”. “Si tratta di una rete territoriale - sottolinea Lumia - che ha consentito al nostro Paese di assumere un ruolo di guida, a livello internazionale, nella capacità di presa in carico delle persone in stato patologico di dipendenza, sia da sostanze sia da comportamenti”.

Oggi, però, prosegue l’ex parlamentare, “il settore sanitario delle politiche pubbliche sta subendo una costante erosione di risorse umane e finanziarie”. Così, “mentre le dipendenze crescono, raggiungono tutte le condizioni sociali e colpiscono le nuove generazioni a ritmo allarmante, si registra un calo vertiginoso di personale specializzato e una perdita costante di autonomia dipartimentale nei Servizi delle Dipendenze”. E “altrettanto accade per le Comunità Terapeutiche e i Servizi di Prossimità, rispetto ai quali non soltanto non si investe in modo adeguato, ma viene anche depotenziata la possibilità di intervenire in modo precoce, personalizzato e costante, soprattutto sulle comorbilità da doppia e pluridiagnosi”. “I risultati prodotti in ben quattro anni di governo sono molto deludenti”, conclude Lumia: “Le aspettative erano state alimentate da annunci roboanti”, ma “si è preferito smontare in silenzio il sistema di Welfare Sanitario che in Italia aveva raggiunto alti livelli di presa in carico globale e prestazionale”.