di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 6 marzo 2025
Donald Trump non ha inventato nulla di nuovo. Ha solo offerto un grande ombrello alle tante forze nazionaliste, e quindi centrifughe, che già stavano tagliando i fili della coesistenza democratica. L’ha appena annunciato al Congresso degli ormai suoi Stati Uniti. Un vasto programma, quello di Donald Trump al giorno 44 del suo secondo mandato: ci riprenderemo il Canale di Panama e anche la Groenlandia, “in un modo o nell’altro”; Zelensky ci deve aver ripensato e ora è pronto a risarcirci di quel che ci spetta e a mettere fine a un “conflitto insensato”; andremo su Marte; cancelleremo l’ideologia del politicamente corretto; regaleremo all’America un’età dell’oro che è appena cominciata. Il mandato del presidente Usa dura 1461 giorni. Ma già questo inizio prefigura svolte neanche immaginate nelle più ardite previsioni. Avendo la Storia spazio soltanto per un mondo alla volta, per costruire un mondo nuovo bisogna necessariamente demolire quello esistente, comprese le radici, perché non gli sia concesso di resistere sottotraccia e un domani riprendersi la scena.
È quello che è successo nel 1945 a Jalta, dove i vincitori della Seconda Guerra, Roosevelt-Churchill-Stalin, si riunirono per una settimana in Crimea allo scopo di resettare e spartirsi in “sfere d’influenza” il teatro principale del conflitto, cioè l’Europa, disarmare la Germania che il conflitto l’aveva generato e gettare le basi per la nascita delle democrazie occidentali e degli organismi internazionali che vigilassero sul rispetto delle nuove regole di convivenza. Tutto questo, bene o male, con pagine anche nefaste ma altre più in linea con lo sviluppo di uno spirito di pacifica vicinanza e collaborazione (la nascita dell’Euro, per esempio), è stato l’ambiente che per 80 anni abbiamo conosciuto, sperimentato, e della cui libertà, anche di contestarlo, abbiamo goduto.
Con l’avvento del 2025, e il rapido cambio di passo imposto proprio da Trump, ci troviamo davanti a uno scenario che promette di spazzare via il precedente, usando tutte le armi a disposizione del comandante in capo del Paese egemone e dei suoi sempre più numerosi e solerti alleati. Armi civili, come la legittimazione della caccia al migrante non in regola, la negazione di diritti a ogni sfumatura di sesso tra maschio e femmina, i licenziamenti di massa in gangli variamente amministrati dal governo, l’evidente ridimensionamento fino a cancellazione degli organismi di cooperazione internazionale, dalla sanità all’ambiente. Armi commerciali, come i dazi che stanno già facendo vacillare le Borse europee (367 miliardi di perdite in un giorno) ma anche Wall Street.
Armi diplomatiche, come la fine del sostegno alla causa di Kiev e l’inizio di un asse con Mosca. Armi politiche, come il palese tentativo di dividere gli alleati storici per ricomporre un quadro globale a immagine e somiglianza delle logiche più da impero che da repubblica ormai dettate giorno per giorno da Washington. E c’è chi già prevede una diversa forma di pace imposta dagli accordi tra Trump, Putin e Xi Jinping, con la sponda di Netanyahu nel Medio Oriente.
Sul percorso della costruzione di un altro tipo di ordine mondiale, con altri protagonisti e altri princìpi destinati a sostituire quelli ancora in vigore, resterebbe l’ingombro dell’Europa, declassata dal rango di fratellanza a quello di Unione da disunire per meglio trattare con ogni singolo Stato invece che con un fronte, almeno formale, di 27. Dopo un primo e comprensibile disorientamento, il tentativo di risposta forte di Ursula von der Leyen è stato l’annuncio di un riarmo da 800 miliardi di euro per la difesa Ue. “Viviamo tempi pericolosi. La nostra sicurezza è minacciata”. Il riferimento è all’inversione di marcia degli Stati Uniti nei confronti della Russia e quindi al rischio, oltre a quello di perdere la faccia sull’Ucraina fin qui difesa anche con ingenti investimenti, di ritrovarsi un Putin minaccioso dentro il perimetro continentale. Ma forse il vero tema non è tanto o soltanto la sicurezza, quanto la perdita del collante che proprio dal 1945 ha unito l’Europa al di là della diversità di culture, di lingue, di storia: un puzzle di nazioni riunite sotto una bandiera blu e un cerchio con 12 stelle dorate gialle, a rappresentare gli ideali di unità, solidarietà, armonia tra gli aderenti. Quel collante, la sintesi di quelle stelle, si chiama democrazia e mai come oggi qualche pericolo lo corre davvero.
L’obiezione che Trump sia stato democraticamente eletto (come del resto Putin o Xi Jinping o Orbán o Erdogan, sorvolando sull’affidabilità di certe votazioni) non sposta di un millimetro il rischio che la forma di governo che ha consentito quasi un secolo di diritto alla dignità della persona, e impedito che tante guerre fredde diventassero calde, sia entrata in una fase clinica delicatissima. La cultura del rispetto dei trattati, delle Carte fondamentali, dell’autodeterminazione dei popoli e anche dei singoli, è al momento in prognosi riservata.
Prendere più voti dell’avversario non significherebbe prendere tutti i voti ma questa è la piega che sta orientando l’azione dell’Esecutivo, e non soltanto negli Usa. Chi vince dovrebbe governare nell’interesse collettivo, che prevede anche i bisogni e le istanze di chi ha perso, e non soltanto la tutela della parte che rappresenta; rispettare i contrappesi garantiti dalle varie Costituzioni; adoperarsi per rafforzare l’azione diplomatica ovunque si manifestino spinte alla sopraffazione di Stati o entità più deboli. L’ha ricordato Mario Draghi nel suo rapporto del settembre scorso sulla competitività della Ue: “I valori fondamentali dell’Europa sono prosperità, equità, libertà, pace e democrazia, in un ambiente sostenibile. Se l’Unione non sarà più in grado di garantire questi diritti avrà perso la sua ragione d’essere”. È quello che sta molto rapidamente accadendo, senza però la percezione della gravità della crisi di sistema in corso. E non sarà un più di arsenale bellico a scongiurarla, e neppure a limitarla.
Donald Trump non ha inventato nulla di nuovo. Ha solo offerto un grande ombrello alle tante forze nazionaliste, e quindi centrifughe, che già stavano tagliando i fili della coesistenza democratica. Ha tolto il velo, con una neolingua cruda e all’occasione brutale, alle prudenze di chi non osava dire apertamente quello che covava. Ha legittimato il potere della forza nuda a dispetto di ogni argine alzato contro le oppressioni e gli oppressori. La sintesi perfetta l’ha offerta il suo vice, James David Vance: “Il modo migliore per impedire un’altra invasione russa è consentire agli americani di guadagnare soldi in Ucraina”. Si chiama post-democrazia, dove la seconda parola è già sul punto di staccarsi per finire archiviata nel capitolo precedente della Storia.











