di Concita De Gregorio
La Repubblica, 5 maggio 2025
Diamo spazio e voce anche ai ragazzi che non si accoltellano ma si abbracciano. Che non si ammazzano sulle supercar ma prendono l’85 per andare a scuola. E che se sono ubriachi non guidano, se qualcuno aggredisce una ragazza intervengono, se un amico sta male lo aiutano. I ragazzi, i giovani non esistono. Che categoria sarebbe quella che accomuna le persone della medesima età in un mazzo solo? Voi, che abbiate 42 anni, 54 o 61, vi sentite una sola comunità con i vostri coetanei? Frequentate, fate amicizia, amate e vivete in sintonia solo o meglio con le persone del vostro stesso anno di nascita? Non credo proprio. Esistono geni e idioti, benefattori e criminali, eredi di fortune familiari e nullatenenti, esistono menti ispirate e menti all’ammasso, tra coetanei. Parlo dei miei coetanei, ma vale per sedicenni e quattrenni.
Ricordo quando dicevo ai figli, in spiaggia: vai a fare il castello con quei bambini, vedi? hanno la tua età. Non ci andavano mai, poi un giorno uno di loro mi ha detto: mamma avranno anche la mia età ma non mi piacciono, vacci te a giocare con loro se ti interessa fare un castello. Il punto è difatti - non l’ho più dimenticato - cosa ti interessa fare. Qual è il tuo orizzonte, il tuo desiderio, il tuo bisogno: può essere il medesimo di un decenne o di un novantenne. Le classi di età funzionano solo per le statistiche. Servono per esempio a sapere quanti hanno casa, quanti hanno lavoro, quanti hanno figli. Grandi numeri. È importante, sì, ma i numeri non dicono niente delle persone.
Ogni persona è un mondo. Già chiedere cosa sia il Manifesto di Ventotene o cosa celebri il 25 aprile, come spesso si vede in certi servizi tv, quelli fatti fuori da scuola o al centro commerciale - nessuno sa mai la risposta giusta, che desolazione - non ha un grandissimo valore informativo. Dipende. Da dove sei, a chi stai chiedendo.
Ci sono diciottenni che conoscono almeno di nome Berlinguer e persino Calamandrei, giuro che ci sono e sì certo saranno una minoranza, sì certo dipende da cosa ti insegnano a scuola, da cosa ti dicono a casa, se hai dei nonni che ti raccontano la loro vita o se no. Però ci sono. Ci sono bande per strada che si accoltellano. A leggere le cronache sembra che tutti si stiano accoltellando proprio in questo momento. Che nessuno esca di casa senza una lama in tasca. Solo in un giorno: a Bergamo, a Castelfranco Veneto, a Napoli. Rissa fra tifosi, rissa fuori dalla discoteca, rissa per un’inezia, una discussione, una spinta. Ne scrivevo giorni fa perché esiste, certo, un tema di paura e di consapevolezza. Lo vedo, lo sento da chi, di mia minore età, entra ed esce da casa: sanno che in certi posti c’è pericolo, sanno dove e quando.
Però ho visto anche, in questi giorni, una moltitudine di giovani e meno giovani affollare il concerto di Lorenzo Cherubini, Jovanotti, a Roma. Ne ha scritto Gino Castaldo. Un palasport sempre esaurito per dodici sere, migliaia e migliaia di persone. (Che poi, in quell’arena: erano giovani, i genitori trentenni con i figli piccoli in spalla o lo erano solo i ventenni? E i genitori cinquantenni che li accompagnavano e cantavano con loro? No, certo, a cinquanta non sei giovane. A quaranta? A quaranta forse sì, considerato che gli ottanta-novantenni continuano a occupare i posti chiave nella società, che è anche giusto e si capisce, per carità, specie se portano ascolti e denari. Nel mondo fuori non è come al Conclave, che a ottanta resti a casa. Nel mondo fuori a quaranta porti pazienza e resti umile).
Dicevo del concerto, e di quel campione a cui fuori dal Palasport nessuno ha chiesto con le telecamere da cosa ci abbia liberati il 25 aprile: lo sapevano, grosso modo. Quando Jovanotti lo ha citato hanno fatto un coro fortissimo e un applauso molto lungo. Ragazzi che si baciano, che si tengono per mano, che si fidanzano proprio in quel momento (l’anello, la promessa), che si stanno per sposare o celebrano un anniversario, l’amicizia. Sembravano molto felici, e certo sarà perché condividono lo spirito del cantante che amano: riparare, condividere, guardare avanti con fiducia. Ti viene voglia di essere migliore, dopo tre ore a cantare con il ragazzo fortunato, per quanto di recente scampato a un incidente terribile e per questo ancor più grato e fortunato.
Ma allora domando. Abbiamo parlato per settimane di Adolescence, la serie tv che in Inghilterra daranno nelle scuole come antidoto alla possibilità che un tredicenne accoltelli una compagna senza consapevolezza di cosa sia la morte (“Ti sei reso conto di quello che hai fatto?”. Silenzio), come cura al guasto dei “giovani”, che vivono in un mondo virtuale, misogino, senz’altro maschilista, abitato dal senso del possesso, dall’inadeguatezza e dal silenzioso indecifrabile rancore.
I maschi che uccidono le femmine. Assenti, violenti, assassini da qualche parte però anche innocenti, i genitori increduli. È questo il mondo in cui viviamo, il futuro che ci aspetta? Per una parte, certo, ma non solo. Allora si tratta di capire su cosa fare leva. Di certo c’è in tutti, è vero, uno smarrimento nuovo. Ansia, disturbi alimentari, disturbi del sonno, fatica a trovare il proprio posto in un mondo che non ti dà posto. Se a quaranta devi aspettare il tuo turno con pazienza, a venti non hai nemmeno una lista d’attesa cui segnarti. D’altra parte. Guardi il telefono e trovi Trump vestito da Papa, trovi l’assurdo, l’insensato al comando. Trovi i meme, per una risata sull’orlo del baratro. Non funziona come prima, che se sai fare una cosa e la vuoi fare vedrai che succede.
È un terno al lotto, tutto è imprevedibile e si capisce l’ansia. L’insonnia, l’autolesionismo. Il senso di estraneità al gioco di ruolo che abbiamo - noi, adulti - immaginato e costruito per loro. O che non abbiamo saputo arginare con una proposta alternativa, che è pure peggio. Ma così, in un lunedì di primavera e si sa che il lunedì non è un bel giorno, per l’ottimismo, direi però. Diamo un po’ di spazio e di voce anche a quella immensa moltitudine di ragazzi che non si accoltellano ma si abbracciano, come al PalaJova. Che non si suicidano e non si ammazzano a trecento all’ora sulle supercar prese a noleggio o ereditate dai padri ma che prendono l’85 per andare a scuola, il monopattino per uscire la sera e che se sono ubriachi non guidano, se qualcuno aggredisce una ragazza intervengono, se un amico sta male lo aiutano, danno ripetizioni ai figli dei vicini senza sentirsi per questo sfigati.
Perché ci sono e sono credo la maggioranza. Solo che non fanno notizia, non fanno scandalo. Ma occhio, a farci portavoce con pensosa preoccupazione dei “giovani senza ideali” come categoria. Le categorie non esistono, i biondi, i medici e i mancini sono molto diversi fra loro, per non parlare dei quindicenni. Forse rappresentare anche quelli che non fanno il saluto romano e non disegnano svastiche sul banco, che non si scambiano sul telefono foto della ragazza della terza B, che non la aggrediscono in branco: aiuterebbe. Occhio a non dare un posto a chi non lo trova: se non lo trova è perché noi, che ci siamo da prima, non glielo stiamo dando.











