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di Anna Paola Lacatena

Il Manifesto, 22 luglio 2025

Da dove trae origine la paura e il sempre più diffuso bisogno di difendersi tra giovani e giovanissimi? Non è difficile, guardarsi intorno e avvertire immediatamente un senso di sperdimento da narrazioni all’insegna del riarmo, dei soprusi sui più deboli, di muri da erigere, dazi da imporre, nazionalità da difendere, invasori da contrastare. Il Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, comparando i dati nel decennio compreso tra il 2015 e il 2024, ha confermato la tendenza alla diminuzione generale degli omicidi in Italia, per i quali nel 49% dei casi il movente risulterebbe essere la lite degenerata, seguita dai motivi passionali (5% nel 2024 contro l’11% del 2023). Per quanto attiene al modus operandi, lo strumento maggiormente utilizzato risulta l’arma impropria o l’arma bianca.

Un rapporto di Small Arms Survey del 2024 ha puntualizzato che solo in Italia circolerebbero circa 1,5 milioni di armi illegali, spesso provenienti da conflitti internazionali o acquistate attraverso il dark web. In Italia il report sulla criminalità minorile e gang giovanili del Dipartimento Pubblica Sicurezza ha evidenziato tra il 2022 e il 2023 un aumento del 2% delle lesioni dolose causate da giovanissimi (under 17), la principale spia dell’uso dei coltelli.

A Milano si registra un incremento di lesioni provocate da under 18 pari al 48%, a Bologna un +44%, a Firenze un +21%, mentre il picco si raggiunge a Genova con un incremento nell’ultimo anno del 55%. Nella sola città di Napoli e per il solo 2024, i Carabinieri hanno denunciato o arrestato 48 minorenni per reati legati alle armi. Nello stesso anno sono state sequestrate 230 armi da fuoco (contro le 155 del 2023), 300 armi da taglio (rispetto alle 172 dell’anno prima) e 106 armi improprie, come mazze e tirapugni con un incremento del 162% rispetto alle 327 del 2023.

Da dove trae origine la paura e il sempre più diffuso bisogno di difendersi tra giovani e giovanissimi? Non è difficile, guardarsi intorno e avvertire immediatamente un senso di sperdimento da narrazioni all’insegna del riarmo, dei soprusi sui più deboli, di muri da erigere, dazi da imporre, nazionalità da difendere, invasori da contrastare, ecc.

L’ansia sembra sempre più la cifra di un mondo pluralistico e aperto al confronto non oltre l’esiguo perimetro del proprio orticello. Ci occupiamo dello spazio ridotto delle nostre esistenze, attenti a non farle contaminare da ciò che accade in tutto il resto del mondo ma non rinunciamo al doomscrolling - ricerca ossessiva di notizie negative online. Scorriamo lo schermo dello smartphone (scrolling), per ricercare nei feed di quotidiani e social network le sventure (dooms) quotidiane, rinforzando il senso di angoscia correlata al bisogno di controllare che quei pericoli non ricadano su di noi e sui nostri cari. Pur nell’abbraccio delle pareti della propria casa e dei cuscini del proprio divano, cala il tono dell’umore, aumenta l’ansia, si moltiplicano i disturbi del sonno.

Dalla macro al micro-cosmo tutto ciò sembra amplificato da adulti-genitori iperpresenti anche grazie a strumenti iper-presenzialisti. C’è sempre un pericolo da sventare, un rischio da anticipare, un competitor da rimettere al suo posto. Tutto veloce, tutto in perenne evoluzione. Non c’è il tempo della rielaborazione dell’immagine e delle parole e, conseguentemente, di quanto quelle stesse abbiano suscitato e confermato. Bisognerebbe spiegarne, approfondirne il senso ma non c’è il tempo, nuovi reel incombono, nuove opinioni si affastellano, nuove opportunità vengono disposte sul gran buffet delle opportunità a tempo.

I genitori sono, spesso, costretti a impegni di lavoro che lasciano poco spazio alla famiglia oltre le ore serali. Sono essi stessi parte di un mondo che chiede all’indistinto singolo di distinguersi per esistere agli occhi delle tante (troppe) comunità virtuali e non solo tali. I professori devono corrispondere ai programmi, alle scadenze, alla mole di progetti e incombenze burocratiche, riducendo ai minimi termini i tempi della riflessione e della discussione con i giovani studenti. Una fatica ansiogena e demotivante dove il bisogno espresso dagli studenti può rappresentare l’imprevisto non messo in conto, l’intoppo sulla via della già impellenza.

È un continuo accumulo di frustrazioni, di piccole e grandi violenze che sfociano non di rado nello scontro, nella rissa, nella promessa virtuale di vendetta con tutto il suo carico di eccesso e parossismo. Sarebbe necessaria una grande maturità, di cui la persona giovane e giovanissima non dispone, per distinguere l’attacco dalla difesa, per fissare delle necessarie differenze tra capacità di far valere le proprie ragioni e reazione incontrollata e iperimpulsiva.

Messaggi distruttivi, sollecitazioni all’insegna della violenza e dell’annientamento dell’Altro, noia, assenza di stimoli e riferimenti in grado davvero di lavorare sul senso di autodeterminazione e di fiducia in sé stessi, disorientamento, sono un mix ideale per l’ansia sociale e per l’adiaforizzazione di baumaniana memoria - tendenza a dispensare le azioni umane dal giudizio e, persino, dal significato morale. Trasmigriamo dal mondo offline a quello online concetti come “contatti”, “followers”, “like”, “amicizia”, “odiatori”, “leoni da tastiera” e tanto altro, ma è l’impulsività ad essere alimentata più che la riflessività e il pensiero critico.

Tra i tanti desideri-capricci vogliamo forse negare un opinel (marca di coltelli) a un tredicenne? Ovviamente, solo per difesa personale. La domanda più ricorrente che, nel corso di un progetto (“Plan B”) che il Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto, in collaborazione con la Polizia di Stato e il Tribunale per i Minori di Taranto, gli studenti delle scuole di secondo grado del territorio rivolgono è: “Posso portare un coltello con me?”. La legge italiana non consente l’uso di strumenti offensivi per la difesa personale. Sfatata la leggenda secondo la quale è possibile munirsi di lame purché di misura inferiore alle quattro dita, ciò che conta non è la lunghezza della lama ma le caratteristiche del coltello - l’autorizzazione a portarlo o un giustificato motivo a determinare se la detenzione o il porto dell’arma è lecito oppure no, è bene precisare che le armi si distinguono in proprie e improprie.

Le armi proprie sono quelle armi che non prevedono usi alternativi allo scopo di offendere (armi da fuoco, coltelli a scatto, lame superiori ai limiti definiti, ecc.). Le armi improprie invece sono armi che non nascono con l’obiettivo di offendere, prevedendo altri scopi (coltello da cucina, coltellino svizzero, ecc.). Se il coltello rientra tra le armi proprie - punta acuminata, lama su entrambi i lati, bloccata al manico - è necessaria un’autorizzazione o il porto d’armi. Se rientra tra le armi improprie è d’obbligo giustificarne i motivi al momento del controllo. Dunque, condurre con sé un coltello è permesso solo in casi specifici. In ogni caso è necessario che sia riposto in modo sicuro e non immediatamente accessibile. Il porto e il trasporto restano vietati senza giustificato motivo.

Per evitare sanzioni, è essenziale avere un giustificato motivo chiaro e dimostrabile, trasportare il coltello in modo sicuro, evitare contesti sensibili. La violenza è un tratto che dimora in ogni essere umano e che può essere decifrata e superata solo nella misura in cui si fa domanda, esigenza espressa, lettura e significazione del suo più profondo significato. L’uomo non è condannato ad essere violento, può apprendere e interiorizzare la facoltà di scegliere, nonostante l’ambiente che lo circonda non sia particolarmente favorevole o addirittura veicoli con decisione messaggi distruttivi. La violenza che va sempre più disegnando la società ormai della post post-modernità è sempre più scissa dal conflitto come possibilità, a beneficio di un’idea di conflitto come scontro, chiusura, affermazione di sé sull’Altro.

La violenza è oltre la politica e l’ideologia. È oltre la parola e l’appello. In nessun caso, però, potrà dirsi oltre la società, nei confronti della quale orienterà la sua più disperata impotenza ad esprimersi in altro modo. A completamento di un perverso e autoperpetuante ciclo di violenza verbale e fisica, al crescente annullamento dell’istanza altra dalla propria, la comunità risponde chiedendo sempre più alti livelli di sicurezza - mai veramente bastevole - e ancor più esige repressione, punizione, vendetta. Se sentimenti e parole restano non riconosciuti e, dunque, inespressi, la violenza diventa comunicazione banale, primitiva e selvaggia.

Diverso è il conflitto capace di guardare alle istanze dell’Altro e di trovare nel confronto la risposta alla percezione di caos e di pericolo che sembra circondare tutti, con una differenza: è molto difficile che una persona giovanissima abbia la capacità di non banalizzare o negare il disordine come unica possibilità di superarlo e integrarlo. Gli adolescenti hanno un disperato bisogno di colmare quel vuoto di significato, ma spesso, nell’incertezza del proprio (e dell’altrui) futuro, scelgono sì la sfida e il rischio ma non sempre riescono a sublimare la paura della morte trionfando sulla stessa e riaffermando così la propria fame di vita. Dal coltello che taglia al filo che unisce, purtroppo il mondo adulto non sembra offrire grandi competenze sartoriali.