di Luigi Manconi
La Repubblica, 17 agosto 2019
I 134 esseri umani che da 16 giorni si trovano sul ponte della nave della Ong Open Arms a tre miglia da Lampedusa, probabilmente non lo sapranno mai. E se in qualche modo ne venissero a conoscenza, rimarrebbero sbalorditi. Quanto è accaduto è decisamente singolare: quei naufraghi hanno rappresentato per 48 ore (e chissà per quanto ancora) il cuore e la posta in gioco (e l'apertura dei tg) di uno scontro politico incandescente.
Pretestuoso e strumentale, senza dubbio, ma infine salutare perché, se è in corso una profonda crisi di governo, che potrebbe portare a una svolta politica e perfino a nuove alleanze, quei 134 naufraghi, e ciò che rappresentano non possono più essere ignorati. E con essi, il diritto-dovere assoluto e universale di soccorrere chi si trovi in stato di pericolo. È impensabile, infatti, che il lacerarsi degli equilibri precedenti e l'inseguirsi di ipotesi di nuove coalizioni possa fare a meno di ciò che, della politica, costituisce (dovrebbe costituire) il fondamento.
Ovvero le persone in carne e ossa, i corpi esausti dei naufraghi, così come di quelle decine di migliaia di lavoratori, logorati dalle tante crisi industriali, e quelli stressati degli abitanti delle periferie corrose e devastate. Dunque, l'attenzione per la nave di Open Arms è una buona notizia: la crisi di governo è costretta a interessarsene, dopo che per settimane l'esecutivo Lega-5 Stelle l'aveva totalmente ignorata.
Così come aveva voltato la testa, per 14 mesi, di fronte a tutte le altre vicende di naufragi e di soccorsi. La politica è costretta a cercare soluzioni per temi che un sovranismo cialtrone e dilettantesco ha creduto di trattare con metodi autoritari e campagne di manipolazione, riducendo l'enorme problema sociale, economico e culturale dell'immigrazione a questione criminale.
Ed è significativo che il tema degli sbarchi si riproponga con forza nei giorni in cui il ministro dell'Interno è costretto a riconoscere che, nel bilancio del suo dicastero, la voce "rimpatri", così tanto enfatizzata, registra una flessione. In ogni caso non va dimenticato nemmeno per un attimo quali danni irreparabili questo governo del Viminale abbia già causato: nella concreta vita materiale di tante persone e nel sentimento morale di un intero Paese.
Le responsabilità di Matteo Salvini sono sotto gli occhi di tutti ed è istruttivo (vorrei dire "educativo") vederne emergere l'intima debolezza che la sua incontinente iracondia e il suo narcisismo patologico non riescono a celare; e così si scorge quella paura del buio davanti al rischio, appena un rischio, di vulnerabilità, che la sua tracotanza, lungi dallo scongiurare, rivela impietosamente. Ma la formula infame che ha bollato le Ong come "taxi del mare" è un'idea, si fa per dire, non di Salvini, ma di Luigi Di Maio e della sua futile irresponsabilità.
Tutto ciò per ricordare che qualunque sia l'esito dell'attuale crisi, la questione dell'immigrazione e quella degli sbarchi e dell'accoglienza, dovranno essere tra le future priorità. E non per un sentimento umanitario: non solo per questo, bensì perché, i temi dei flussi migratori e delle frontiere, della denatalità e dell'invecchiamento della società, dell'inclusione delle seconde e terze generazioni di stranieri e dell'assistenza a chi (italiano o no) ne abbia bisogno, costituiscono un solo, grande problema che investe il nostro sistema di welfare e il nostro modello di sviluppo.
Chi ha seguito da vicino le vicende dei naufragi nel Mediterraneo e, in particolare, la "battaglia navale" simulata condotta dal governo negli ultimi 14 mesi contro le Ong, conosce due circostanze: la prima è che il premier Giuseppe Conte, pur tra mille cautele, non ha assecondato, né la protervia di Salvini, né l'opportunismo di Di Maio, e ha cercato di sostenere una posizione relativamente autonoma.
La seconda è che nel corso di oltre un anno, il governo, in tutte le sue componenti, non è stato capace di gestire uno straccio di politica nei confronti delle Ong, trattate non come soccorritori di vite umane, ma quasi fossero le nuove Brigate Rosse alle quali rifiutare qualsiasi forma di riconoscimento politico (peraltro mai richiesto).
Ai volontari di Sea Watch, Medici Senza Frontiere, Sea Eye e Open Arms è stata negata qualunque interlocuzione politica, perfino nella forma più elementare, quella che si concede anche al più sparuto dei sindacati di base. A chi aveva appena salvato decine di vite umane non è mai giunta una telefonata che attivasse un rapporto, una proposta di dialogo, un'ipotesi di mediazione. Ed è proprio questa incapacità politica che rivela il drammatico infantilismo di questi pomposamente autoproclamatisi soggetti del "cambiamento". Eppure, cambiare si deve.









