di Sara Sileoni
La Stampa, 1 agosto 2026
Il disegno di legge sulla imputabilità dei minorenni, ha detto Nordio, non abbassa l’età per essere processati né aumenta le pene, ma si limita a invertire la presunzione di capacità di intendere e di volere dei minori tra 14 e 18 anni. Oggi il giudice deve accertare caso per caso se il minorenne fosse giuridicamente capace al momento del fatto. Se la modifica al codice penale dovesse essere approvata, il giudice dovrà fare il contrario, cioè escludere caso per caso l’imputabilità laddove acquisisca elementi che lo convincano della mancata capacità del minorenne. Ci sono riforme che sembrano cambiare molto per non cambiare nulla e altre, come questa, che con poco possono essere molto significative.
Chi sbaglia paga è un principio sensato, tanto che già ora i minorenni possono essere imputati, laddove il tribunale ritenga che abbiano compiuto un reato avendo gli strumenti mentali e cognitivi per capirne le conseguenze. La questione non è quindi responsabilizzarli, ma dare un segnale a una delle preoccupazioni collettive degli ultimi anni: la delinquenza giovanile.
L’allarme - lo ammette il ministero dell’interno nella presentazione di un rapporto del 2024 sulla criminalità minorile - si è diffuso facilmente sui media. Il termine maranza è entrato nel linguaggio corrente, come variazione sul genere del già utilizzato baby gang. Proprio quel rapporto, tuttavia, rappresenta una realtà molto più variegata e sfumata di quella dei titoli di giornali e telegiornali. Ad esempio, il numero di segnalazione di minori denunciati e arrestati è diminuito del 4,15% tra il triennio 2019-2021 e il biennio 2022-2023, tornando ai valori del 2014 e del 2016, per poi risalire del 16% nel 2024. In compenso, dal decreto Caivano (2023), gli istituti penali per minorenni hanno aumentato di circa il 50% la presenza di giovani detenuti, al netto dei trasferimenti verso carceri per adulti dei neomaggiorenni, facilitati dal decreto stesso.
Quel decreto ha segnato l’inizio di una politica di contrasto alla criminalità minorile in particolare attraverso la forza repressiva: più facile ricorso alla custodia cautelare, divieto di uso dei coltelli, Daspo urbano anche per i minorenni sono solo alcune delle iniziative che hanno anticipato questa sulla imputabilità. Indubbiamente chi sbaglia deve rispondere dei propri errori. Ma il fenomeno della delinquenza giovanile in Italia da un lato è molto meno grave delle baby gang in altri Paesi, dall’altro molto più serio di quello che potrebbe risolversi con l’applicazione delle pene. Un approfondimento sulle bande giovanili nelle grandi città segnala sporadiche attività violente o devianti, con una leggera prevalenza nel centro nord, caratterizzate da mancanza di organizzazione e situazioni di marginalità. La fotografia è così poco omogenea da rendere difficile, secondo lo stesso ministero, individuare tendenze di fondo. In sostanza, anche solo parlare di baby gang in Italia è fuorviante. Meglio sarebbe parlare del legame tra tendenza a delinquere e minori opportunità, carenza di modelli positivi, contesto di povertà educativa, che spiegano molto più linearmente un’attività delinquenziale altrimenti variegata.
Quasi i due terzi dei minorenni e giovani adulti (fino a 25 anni) che sono stati presi in carico dagli uffici di servizio sociale tra il 2016 e il 2025 erano già noti ai servizi. Questo vuol dire che il rischio di ripetere gli stessi errori e di recidiva è un dato di realtà tra i giovani. E si spiega con le cause di una criminalità minorile improvvisata come sembra essere quella italiana: rapporti problematici con le famiglie, con i pari o con il sistema scolastico, difficoltà relazionali o di inclusione, contesto di disagio sociale e economico.
Se questi sono i motivi, facilitare l’imputabilità dei minorenni, specie per chi non ha gli strumenti anche economici per difendersi in aula e eccepire l’incapacità, agevolarne l’accesso alla pena fino a quella del carcere rischia di aumentare le probabilità di un destino già segnato. Giorgia Meloni, spiegando in un videomessaggio la proposta del governo, lo ha detto: la norma da sola non risolve il problema. Ma mentre è evidente e concreto il disegno di politica penale a carico dei minorenni, non lo sono tutti gli altri fronti evocati dalla Presidente. Nel frattempo, si presume che un quindicenne sia troppo immaturo per entrare in un social, ma non per entrare in un carcere.










