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di Jacopo Iacoboni e Francesca Paci


La Stampa, 18 luglio 2021

 

La crisi ambientale, il dramma dei migranti, la battaglia Lgbt, la tassazione delle finanze globali. Nelle rivendicazioni di allora molti temi che solo ora sono diventati patrimonio comune. È difficile adesso, tornando a quei giorni, non restare schiacciati su due fotogrammi, la spaventosa repressione poliziesca alla scuola Diaz, o il corpo maciullato di Carlo Giuliani riverso in piazza Alimonda, colpito ad altezza uomo dallo sparo di un giovanissimo carabiniere, Mario Placanica.

Eppure il G8 di Genova fu anche un'immensa manifestazione di popolo prima del populismo, e di ragazzi che si dicevano no global ma erano di fatto la prima generazione globalizzata e interconnessa (dai progetti Erasmus, più che da Internet). Un fine settimana in cui speranza e tragedia si confusero, ma arrivarono alla ribalta alcuni temi che sarebbero entrati nell'agenda delle maggiori istituzioni internazionali. Soltanto, vent'anni dopo: la crisi ambientale del pianeta, il bisogno di regolare il capitalismo finanziario e i suoi guadagni, la differenza di genere, i migranti. C'è stata una Greta Thunberg prima di Greta.

Si parlava di tassare le finanze globali da molto prima della recentissima tassa sulle multinazionali. E c'era la necessità di trovare una soluzione alle migrazioni da prima che divenissero una tragedia quotidiana, ogni estate, nel nostro Mediterraneo: il corteo per i migranti aprì simbolicamente le manifestazioni di Genova, cadenzato dalla musica e dalla presenza fisica di Manu Chao, che dopo aver dormito con gli attivisti allo Stadio Carlini cantava in corteo Clandestino. Le soluzioni magari non c'erano. O a volte erano di una ingenuità disarmante. Ma i problemi sì, erano tutti nell'agenda del G8 di Genova, ma in piazza, più che nella zona rossa.

E poi chi oggi ha 50 anni allora era giovane. È sbagliato pensare che fosse solo teatro, come la scenografia bellica delle "Tute bianche" disobbedienti guidate da Luca Casarini, con la "Dichiarazione di guerra" ai potenti della Terra, usata come alibi alla mattanza feroce operata dalle forze dell'ordine, mentre ai black-bloc che scorrazzavano indisturbati per Genova non fu fatto quasi nulla mentre devastavano vetrine, macchine, banche.

Il governo Berlusconi-Fini, e la polizia di Gianni De Gennaro, fallirono spaventosamente, e molti agenti sono stati, sia pure tardi, condannati (alcuni hanno fatto carriera). Ci furono errori di visione e di organizzazione tra i manifestanti, a partire dal servizio d'ordine, strutturato intorno alle bandiere della Cgil ma impreparato alla trincea. Eppure i simboli contarono tantissimo, in quel movimento, e erano nati in pace, non in guerra. Uno dei nomi che venivano gridati nel corteo era quello di Julia Hill, soprannominata "Butterfly", la farfalla, un'americana di 23 anni che nei giorni del popolo di Seattle si era arrampicata su "Luna", una sequoia secolare nella foresta di Headwaters, contea di Humboldt, California, fino a dicembre del 1999, per impedirne l'abbattimento da parte di una multinazionale del legno. Battaglia che fu irrisa allora dai parrucconi, gli stessi che oggi ci insegnano il Green New Deal.

In piazza Manin la polizia bastonò a sangue i più pacifici dei militanti No global, la Rete Lilliput - un network di "piccoli" composto da associazioni cattoliche come Mani tese o Nigrizia, da femministe e attiviste pink, da militanti di sinistra con Le Monde diplomatique sotto braccio - c'era Attac, e la sua costola italiana, la cui battaglia principale era la Tobin Tax, una semplice tassa su singole transazioni finanziarie. La tassa da poco approvata dai ministri delle finanze europei sulle multinazionali è più radicale. C'erano già le bandiere arcobaleno fiere e poliglotte, molto prima che il ddl Zan portasse in Parlamento la battaglia Lgbtq+.

Poi c'è stata la crisi finanziaria del 2007-2008. Mario Draghi, che allora sarebbe stato visto come l'icona del più nascosto potere finanziario, è diventato il salvatore dell'euro "whatever it takes", e l'autore di una battaglia anti-austerity combattuta nientemeno che dalla Bce. Qualche seme è forse entrato nel dibattito, in mezzo a tante retoriche e zapatismi già al tempo insopportabili. Se Margareth Thatcher aveva detto "non c'è alternativa", quei ragazzi scandivano "un altro mondo è possibile". Oppure "no logo", dal titolo bestseller di Naomi Klein: allora le multinazionali erano quelle degli Ogm, Monsanto, o Danone, o Coca Cola. Oggi, chissà, sarebbero le giant tech, Google, Facebook, Amazon. Le profilazioni, i furti di dati, gli scandali alla Cambridge Analytica.

Chi, come una degli autori di questo articolo, era alla Scuola Diaz la sera della "macelleria messicana" (definizione del vicequestore dell'epoca), ricorda i grumi di sangue rappresi sui muri, le pozze di materiali umani per terra, i capelli annodati sulle maniglie dei termosifoni, l'andirivieni delle barelle. Un incubo che avrebbe annegato nel sangue le ambizioni della meglio gioventù: titolo che fu concesso solo dopo averla massacrata di botte. Franco Gabrielli, che oggi è il sottosegretario del governo Draghi delegato alla sicurezza, fu il primo poliziotto ad ammettere il disastro repressivo di Genova: "Al posto di De Gennaro mi sarei dimesso", disse a Repubblica, ma era ormai il 2017. Tardi.

Ci furono errori e sottovalutazioni in piazza. Ma anche sogni genuini, benché non sempre a fuoco. Uno dei leader di allora, il veneziano Beppe Caccia, ha detto: "Certo solidarismo sembra ritrovarsi persino nel pontificato di Francesco. Noi, che eravamo considerati i duri veneti, in realtà avevamo fatto tutto un percorso per staccarci dall'Autonomia violenta dei nostri padri". I Toni Negri del '77. Il suo Impero (2002), con tanto di elucubrazioni neo-autonome, è però uno dei libri simbolo di quella stagione. A Genova, anche lui allo stadio Carlini, passò Pablo Iglesias, che poi fondò Podemos. Doveva arrivare Tsipras che, smesso il codino e indossata la cravatta, nella notte cruciale in Europa si batté per la Grecia dentro, non fuori. Fu fermato al porto di Ancona con altri greci, e rimandato indietro. C'era a Genova anche chi, come Giovanni Favia, sarebbe poi finito, primo consigliere eletto, nel Movimento di Grillo e Casaleggio, "che - dice Favia - è come se avessero hackerato la disillusione di parte di quei giorni, impossessandosene".

Ha scritto Susan Sontag che quello fu "il primo movimento di massa della storia che non chiedeva niente per sé, ma solo giustizia per il mondo intero". E in un certo senso è vero: certo non ci ha politicamente lucrato Luca Casarini, da allora si era ritirato, e dopo aver fatto vari lavori oggi ha messo su (con Caccia) una nave, Mare Ionio, per soccorrere migranti nel Mediterraneo. Francesco Caruso fece un passaggio in Parlamento con Rifondazione, poi ebbe un incarico universitario come sociologo a Catanzaro, e un lavoro nel parco del Gran Sasso. Qualcuno ha fatto il politico di professione, Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), o Gennaro Migliore (Italia Viva). Il prete No global, don Vitaliano della Sala, era stato sospeso a divinis, ed è stato da qualche anno reintegrato. Vittorio Agnoletto, professore a contratto all'Università di Milano, ha un blog sul Fatto quotidiano. José Bové, il contadino coi baffi di una bizzarra Vandea nutrizionista, criticato da chi lo vedeva come il collettore dei fondi europei per l'agricoltura ai danni dei contadini africani, divenne poi europarlamentare (oggi ex).

Carlo Cottarelli, che allora lavorava al Fondo Monetario, ha dichiarato che quei movimenti guardavano in avanti, e "chi allora guidava l'economia e la finanza internazionale si rendeva solo in parte conto dell'entità dei fenomeni che stavano accadendo". Una delle battaglie totalmente dimenticate fu per introdurre eccezioni ai brevetti, per esempio nella sanità pubblica. Ci abbiamo ripensato quando, poche settimane fa, in piena pandemia Covid, ne ha parlato addirittura il presidente americano Joe Biden.