sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Elena Loewenthal

La Stampa, 4 agosto 2025

Una cascata di grazie per la Chiesa e per il mondo: così papa Leone ha definito il milione di giovani che lo ha ascoltato nella due giorni di Giubileo dedicati a loro. Una immensa folla di persone, di vite, opinioni e fedi diverse. Tanti laici, s’è detto. Ma che cosa vuol dire, “laico”? È, più che mai in questo contesto sociale così particolare, una parola approssimativa che non rende giustizia alla varietà degli animi, delle coscienze e delle convinzioni che si sono radunate a Roma. Che cosa univa dunque questi ragazzi e ragazze che si sono, e spesso nel vero senso della parola, sudati uno spazio per esserci, ascoltare e dialogare? Non la fede e nemmeno la laicità tout court, ma qualcosa di più complesso su cui val la pena riflettere.

Prima di tutto, l’impegno. La fatica di arrivare, esserci: sapere che contava esserci, che la propria presenza - individuale e collettiva - aveva senso. Cosa niente affatto da poco in un presente come il nostro dove i giovani (e non solo loro) sempre più scelgono il territorio del virtuale, per esserci. L’esserci a distanza, insomma. Stare, partecipare, parlare (e più di rado ascoltare), ma da lontano, dietro uno schermo digitale. Che è tutta un’altra cosa dall’esserci fisicamente. I giovani del Giubileo ci hanno, con la loro presenza vera, spiegato alla perfezione che è tutta un’altra cosa, partecipare in presenza alle parole, alle idee, alle convinzioni. E che si può, si deve ancora fare.

E poi ci sono le parole del Papa che si sono fatte ascoltare da quel milione di giovani, orecchie, occhi e cuori. Ha parlato di pace, come prevedibile in un presente in cui ce ne sarebbe tanto bisogno in tanti luoghi del mondo. Ha parlato di giustizia, e di una giustizia umana ancor prima che divina - perché senza di essa non ci sono né pace né vita.

La giustizia è parola difficile, perché significa tener presente l’altro da sé ancora prima di iniziare a ragionarci intorno. Perché contiene tanto altro: rispetto, dignità, equità, persino compromesso senza il quale la giustizia è solo inflessibile rigore. Ma soprattutto ha lanciato un invito ai giovani. Impegnativo e sfidante finché si vuole ma così necessario che dovremmo coglierlo tutti, anche chi non ha più quell’età lì da un pezzo. “Aspirate a cose grandi, alla santità ovunque siate.

Non accontentatevi di meno”. Ecco, non accontentarsi. Che non ha nulla a che vedere, si badi bene, con la disponibilità al compromesso quando si tratta di venire incontro al nostro prossimo. Non accontentarsi vuol dire prendere la vita sul serio, non rinunciare a viverla sino in fondo con la santità di cui ognuno di noi è capace, in cui crediamo, che desideriamo per noi e per il mondo.

Che sia una santità di fede oppure laica, terrena, persino trasgressiva. In altre parole, integrità: verso se stessi e verso gli altri. Amore per la vita e coscienza di quanto essa sia preziosa e irripetibile. C’è bisogno di questa santità che il Papa ha “seminato” ieri a un milione di giovani perché, come ha ancora detto, “a dispetto della fragilità che ci accomuna siamo fatti per questo e non per una vita dove tutto è scontato e fermo”. Siamo fatti per scendere a patti con la nostra fragilità e non tirarci indietro di fronte al cambiamento: è l’inquietudine che ci tiene vivi. C’è qualcosa, anzi tanto, di profondamente “laico” in queste parole. O meglio, di inclusivo: valgono per tutti noi, con o senza fede, con o senza l’età dei giovani del Giubileo.