di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 18 settembre 2024
Sulla Open Arms c’erano non solo emigranti “economici” come vengono liquidati quanti partono (come i nostri nonni) da Paesi poveri, ma persone fuggite dal Chad, dal Sudan, dall’Etiopia, dal Gambia, dalla Costa d’Avorio ma soprattutto dall’Eritrea. C’erano 125.099 parole, nella requisitoria con cui la pm Marzia Sabella ha chiesto la condanna a sei anni di Matteo Salvini per avere “abusando dei suoi poteri privato della libertà personale 147 migranti di varie nazionalità”. E non una volta la magistrata, citando la Convenzione di Bruxelles del 1910 che includeva in mare “finanche il salvataggio del nemico a conferma della universalità dei beneficiari” e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e la convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati secondo cui “le persone a bordo devono avere anche la possibilità di esercitare il diritto alla presentazione della domanda di protezione internazionale” o ancora la Convenzione contro la Tortura del 1984, ha citato la provenienza di quei 147 migranti sulla Open Arms. Proprio perché, per le leggi internazionali, i principi di diritto venivano prima, a prescindere dai passaporti. Così come ci sono pochi cenni al contesto del braccio di ferro deciso dall’allora ministro dell’Interno esattamente nei giorni in cui, col vento in poppa della vittoria alle Regionali sarde e dei sondaggi stratosferici, puntava al voto anticipato chiedendo i “pieni poteri” e presentando una mozione di sfiducia contro il governo giallo-verde di cui faceva parte. Una scommessa, come è noto, per lui finita malissimo.
Eppure i luoghi da cui erano partiti quei 147 uomini, donne, bambini avrebbero potuto aiutare a capire il tema al di là del “diritto a emigrare” rivendicato dai nostri nonni che passarono i confini, spesso clandestinamente, per “catàr fortuna” in Europa, nelle Americhe, in Australia. C’erano sulla Open Arms, infatti, non solo emigranti “economici” come vengono liquidati quanti partono (come i nostri nonni) da Paesi poveri, ma persone fuggite dal Chad, dal Sudan, dall’Etiopia, dal Gambia, dalla Costa d’Avorio (Paesi in guerra o stremati da crisi climatiche o in coda nel ranking del Democracy Index) ma soprattutto dall’Eritrea. Dove il dittatore Isaias Afewerki, al potere dal ‘91 e presidente a vita dal ‘93, contende da anni l’ultimo posto tra i Paesi canaglia alla Corea del Nord di Kim Jong-un. Fuggiaschi che, in base alle leggi, avevano diritto a ottenere lo status dei rifugiati. Se solo avessero potuto farsi riconoscere come tali invece di venire sequestrati da chi, come Salvini, si era spinto a dire che “quanti scappano davvero dalla guerra vanno trattati con i guanti bianchi”.










