di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 luglio 2026
C’è un libro uscito a giugno che andrebbe messo in mano a chi pensa che il carcere serva solo a togliere di mezzo le persone. Si chiama “La corda dell’ancóra. Voci da dentro”, lo pubblica La Vita Felice, costa 14 euro, e i diritti d’autore vanno alla Fondazione Città della Speranza di Padova, che finanzia la ricerca sulle malattie dei bambini. Ma la cosa che conta di più è chi l’ha scritto: sei detenuti della Casa circondariale di Belluno, sei uomini della sezione protetti che per tre anni e mezzo hanno partecipato al laboratorio di poesia “La crepa”, condotto dalla poetessa e volontaria Lorella De Bon. È un libro dei ragazzi del laboratorio, prima di tutto. Loro sono la voce, De Bon ha tenuto la penna ferma accanto e ha raccolto.
Il volume si apre con una frase di Papa Francesco ai giornalisti, detta a Rebibbia il giorno dopo Natale del 2024: “Ognuno di noi può scivolare, l’importante è non perdere la speranza”. È il tono di tutto il resto. Si firmano solo con il nome: Oscar, Carlos, Giuseppe, Giuseppe, Davide, Adil. Nella prefazione De Bon lo dice chiaro: “La loro voce è una sola”. E in effetti, leggendo i centocinquanta pezzi tra poesie e prose brevi, si capisce che non stai leggendo sei diari separati, ma un coro. Il filo che li tiene insieme è uno solo: gli autori scrivono al bambino che sono stati. Si mettono davanti allo specchio, cercano il ragazzino di un tempo e provano a spiegargli come sono finiti dietro le sbarre.
Anche De Bon si racconta. La prima volta che entra in quell’edificio storico di via Baldenich, scrive, si becca un “ceffone” fatto di dieci porte blindate e di voci metalliche. Ammette che un tempo la pensava come tanti, che dentro quelle mura ci sono degli “avanzi di galera” e che “si debba buttare via la chiave”. Non c’è autocommiserazione, non c’è la posa di chi vuole fare pena. C’è un uomo di 49 anni che invidia sé stesso da piccolo, “per non aver continuato sulla strada che tu mi avevi indicato”. C’è chi ricorda il pallone a otto anni come unica poesia. C’è chi scrive al padre e mette nero su bianco che quel padre avrebbe voluto vederlo crescere a sua immagine, diventare come lui, “un mafioso”, e lui invece quella strada non l’ha voluta, non è mai stato il figlio che il padre sognava. Sono pagine che raccontano l’infanzia senza sconti, con i giochi, la ciabatta della mamma, il cane, le domeniche, ma anche la paura, le botte, il terrore di un genitore che non ti prendeva mai per mano. C’è pure altro, e mostra quanto sono cresciuti questi sei dentro il laboratorio. C’è chi immagina un mare pieno di coralli e di alghe che ballano in silenzio, chi scrive del platano di casa che continua a fare ombra anche adesso che lui non c’è, chi si ferma sulla terra malata e sui laghi che si asciugano. Segno che, quando gli dai gli strumenti giusti, la testa di chi è recluso evade dalle sbarre. Poi c’è il dentro. E qui il libro diventa un documento sul carcere che chi si occupa di queste cose conosce bene. “In carcere sei un numero, non hai più un nome”, scrive uno di loro. Un altro racconta che ormai lo chiamano “cella 101”. La stanza dove vive è tre metri per quattro, “praticamente lo spazio che un tempo usavo per i miei hobby”, e adesso ci stanno in tre. La palestra è più piccola ancora, e dentro possono stare in cinque: “ammassati come carne da macello”. Ci sono le perquisizioni, le attese per una risposta che non arriva, i permessi anche per usare la lavatrice, il tempo che gira a vuoto.
Emerge anche tanto altro. Dentro quelle celle strette nasce una solidarietà che fuori faremmo fatica a immaginare. Uno racconta di aver accolto un detenuto appena operato al cuore, di averlo curato per due anni “con affetto fraterno”, felice finalmente di fare qualcosa di buono per un altro; poi quell’uomo è morto, e lui lo ricorda ancora. Un altro, sempre quello della “cella 101”, scrive che i più giovani lo chiamano “zio” e che prova ad aiutarli, a regalargli una parola di conforto.
E arriviamo alla ferita vera, quella che il libro porta scritta addosso anche se non la nomina fino in fondo. Il laboratorio “La crepa” oggi non c’è più. È stato chiuso. E lo è stato con una decisione presa a voce, mai messa nero su bianco. Nelle ultime pagine gli autori scrivono a Lorella come si scrive a qualcuno che se n’è andato all’improvviso: “Sono molto rammaricato che abbiano interrotto il laboratorio di Poesia”, “La tua assenza ci ha colti di sorpresa”, “Mi manchi moltissimo... Ti aspettiamo presto”. Non sanno bene perché sia finito. Nessuno gliel’ha spiegato. In una realtà di provincia come quella di Belluno, lontana dai riflettori, le attività di volontariato campano di equilibri fragili. Basta una decisione della direzione, magari solo pronunciata e mai firmata, e tre anni e mezzo di lavoro si fermano.
Il libro ha altri meriti. I dipinti che lo accompagnano sono di uno degli autori, Giuseppe D., e non fanno da contorno: dialogano con i testi, con le ninfee, i girasoli di Van Gogh, gli uccelli dipinti sui muri di sezione. Nella postfazione Alberto Figliolia, che il laboratorio di Opera a Milano lo coordina da anni, richiama i versi di John Donne, “nessun uomo è un’isola”, e ha ragione. Chiudono il volume le poesie di alcune ospiti del laboratorio, un modo per dire che quel gruppo non era una stanza chiusa ma un posto dove entrava e usciva umanità. Questi sei uomini, scrivendo, sono usciti dalla loro cella e sono entrati nella nostra vita. Non è un capolavoro nel senso che si intende di solito, e non pretende di esserlo. È qualcosa di più utile: è la prova che dare una penna a chi è chiuso dentro produce umanità, non pericolo.










