di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 marzo 2023
Cosmin Tebuie, 26 anni, di origine romena ma residente a Latina. Lo hanno trovato senza vita domenica mattina scorsa alle 8, pensavano che stesse ancora dormendo e invece era morto. Il giovane stava scontando una condanna per una rapina e un incendio, i fatti erano avvenuti a Borgo Grappa nel 2021. Il ragazzo che a quanto pare godeva di buona salute, sarebbe morto nel sonno e sul corpo non sono stati trovati segni di violenza. Poche ore prima aveva parlato al telefono con i familiari e aveva detto che stava bene. Sarà l’autopsia a chiarire se si tratta di morte “naturale”, oppure altro. Ma un mese prima, questa volta al carcere Gazzi di Messina, un detenuto tunisino di nome Aymen Dahech, di appena 24 anni, si è tolto la vita dopo l’interrogatorio di garanzia.
“Il trauma della carcerazione, mette a dura prova il sistema emotivo della persona che la subisce, soprattutto se si trova ad affrontare questa situazione per la prima volta e se è anche un soggetto fragile che non si è reso conto neanche del motivo per il quale si trova in carcere”, spiega a Messinatoday l’avvocato Mimma Di Santo che lo ha difeso nelle prime fasi e che ora assiste la sorella della vittima insieme all’avvocato Roberta Mauro. Aymen sarà solo un numero in più nei bollettini delle varie associazioni che hanno individuato il 2022 come l’anno record dei suicidi in cella con 85 persone che hanno deciso di farla finita. Mai così tanti. Anche il 2023 inizia però male: secondo i dati su Ristretti Orizzonti, già sono undici i suicidi dall’inizio dell’anno.
Il caso di Aymen rientra nella macabra statistica rilevata dal Garante nazionale delle persone private della libertà quando ha analizzato i suicidi del 2022. È stata anche esaminata la durata della permanenza presso l’Istituto nel quale è avvenuto l’evento suicidario: risulta che 50 persone, pari al 59,5%, si sono suicidate nei primi sei mesi di detenzione; di queste, 21 nei primi tre mesi dall’ingresso in Istituto e 15 entro i primi 10 giorni, 10 delle quali addirittura entro le prime 24 ore dall’ingresso.
Da qui il Garante osserva che gli interventi di prevenzione suicidaria che dovrebbero essere estesi, di fatto, a tutte le tipologie di persone detenute: non solo a chi entra per la prima volta in carcere, ma anche alle persone sottoposte a trasferimenti e a quelle prossime al fine pena. Analizzando le tipologie dei detenuti che hanno compiuto il suicidio, meritano una riflessione quelle relative a chi è “in attesa di primo giudizio” e coloro, invece, che condannati definitivamente erano prossimi al fine pena.
Il Garante, analizzando i suicidi dell’ultimo decennio, osserva che i dati sulle persone in attesa di primo giudizio rappresenta indubbiamente un campanello d’allarme. “Difatti, esso indica come - soprattutto per chi è sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere - tale posizione sia correlata a un rischio maggiore di suicidio rispetto al condannato definivo”, sottolinea il Garante nel rapporto. E osserva che si tratta di persone accusate della commissione di un reato e non condannate. Persone ancora in attesa di un processo e sottoposte a privazione della libertà personale, magari per la prima volta e, quindi, maggiormente esposte all’impatto della vita in carcere.
“Lo stato d’ansia vissuto in generale dalle persone giudicabili è certamente diverso e più pesante rispetto a quello provato da chi è già a conoscenza della propria condanna. Forse, da tale riflessione, si potrebbero escludere i nuovi giunti con precedenti esperienze detentive che, con molta probabilità, affrontano l’ingresso nell’istituto penitenziario con una minore inquietudine”, osserva sempre il Garante, spiegando che nel contempo “per i definitivi prossimi al fine pena la scarcerazione potrebbe essere fonte di notevole stress a causa dell’incertezza del futuro, della mancanza di punti di riferimento esterni che assicurino la soddisfazione delle esigenze primarie di vita”. I nuovi giunti e quelli prossimi all’uscita, sono quindi le persone più vulnerabili.










