sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Irene Fama

La Stampa, 15 agosto 2024

“Cause da accertare”: ecco come vengono catalogati i morti “fantasma” del carcere. Diciannove da gennaio ad oggi. Teodorico Musco, trentanove anni, Moussa Traorè, ventinove, Alessandro Esposito, trentatré, erano detenuti a Poggioreale a Napoli; Alexandru Bustei, trent’anni, era recluso a Viterbo. E ancora. Giulio Arena, sessantasette anni, ad Augusta; Mohamed Cherif, ventinove anni, a Forlì; Gafur Hasani, cinquantuno, a Firenze Sollicciano; Andrea Pratica, quarantasette, ad Ivrea. Amin El Goazzali, trentaquattro anni, era in cella a Padova. Così Mijodras Mitrovic, che di anni ne aveva venticinque appena compiuti. Degli altri non si sa nemmeno il nome. Sono morti inalando il gas di una bomboletta per i fornelletti da campeggio.

Di quelle che dietro le sbarre si utilizzano per preparare da mangiare e per fare il caffè. Si acquistano al cosiddetto “sopravvitto” e da vent’anni si pensa all’opportunità di sostituire le bombolette con delle piastre elettriche per cucinare in cella. Querelle politica, la discussione è ancora in corso. C’è chi, inalando gas, in carcere si stordisce. E c’è chi si ammazza. Quel gas lo respira intensamente, costringendosi a restare lì attaccato il più a lungo possibile, con il volto immerso in un sacchetto di plastica, sino a che non riesce a togliersi la vita.

Praticamente impossibile, a posteriori, distinguere il suicidio dal tentativo di frastornarsi. Poco cambia, in fondo, nel baratro delle fragilità. E lo spiega bene il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa. I128 giugno riceve una telefonata dalla direzione della casa circondariale di Frosinone: un ragazzo di ventiquattro anni è stato trovato morto, in cella, con il sacchetto di plastica accanto alla bomboletta del gas. In attesa di un primo giudizio, era in carcere su misura cautelare e non aveva nemmeno ancora affrontato un processo.

“Non c’è nessun modo per accertare che si sia trattato o meno di suicidio - spiega Anastasìa. Ma certamente quell’attaccarsi alla bomboletta è segno di un forte disagio. Che nessuno ha saputo intercettare”. Un fallimento del sistema. Decessi per “cause da accertare” che si sommano ai sessantadue suicidi del 2024: ottantuno morti in cella in otto mesi. A cui si aggiungono i sette agenti che quest’anno si sono tolti la vita.

Numeri, raccolti in un documento, che imbarazzano. E interrogano. “È una catastrofe senza fine”, commenta Aldo Di Giacomo, segretario generale Spp, sindacato polizia penitenziaria. Commenta quello che a più voci è definito “l’anno nero delle carceri” e non fa sconti a nessuno: “La politica ha le sue responsabilità: stabilisce cosa va perseguito e come. Il magistrato applica semplicemente la legge. E la politica sta inasprendo le pene, facendo entrare più persone in carcere di prima”. Alam Jahangir, quarant’anni, del Bangladesh, il 10 gennaio si è impiccato a Cuneo con un lenzuolo pochi giorni dopo il suo ingresso in cella. Un cinquantaduenne, il 27 marzo a Tempio Pausania, ha utilizzato il laccio dei pantaloni. Un quarantottenne, il 5 agosto nei bagni del tribunale di Salerno, in attesa di essere chiamato davanti al giudice per l’udienza di convalida dell’arresto, si è strozzato con i lacci delle scarpe.

I più si impiccano con ciò che hanno a disposizione, corde, lacci, federe. Poi c’è chi si soffoca con il gas o altre sostanze. E chi si lascia morire di fame e di sete, come Susan John, che al Lorusso e Cutugno di Torino ha rifiutato cibo e acqua e cure per diciotto giorni. Sessanta uomini, due donne, trentatré italiani e ventinove stranieri, la maggior parte aveva trai 26 e i 39 anni e almeno una volta se l’era presa con il proprio corpo, mettendo in atto gesti autolesionistici: ecco le vittime del carcere. E una cosa è certa, la detenzione non ha fornito loro né riscatto, né futuro, ma soltanto disperazione.

Così raccontano i dati resi noti dal garante nazionale dei detenuti Felice Maurizio D’Ettore. Venticinque stavano scontando condanne definitive, otto avevano anche altri procedimenti penali in corso. Ventiquattro erano in attesa di una prima udienza. Significativi sono i tempi. Trentatré persone si sono tolte la vita nei primi sei mesi trascorsi in carcere, di queste sette nei primi quindici giorni di reclusione. Quattro di loro si sono impiccati a cinque giorni dall’ingresso nel penitenziario. Nessun giudice li aveva ancora dichiarati colpevoli.