sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Donatella Stasio

La Stampa, 7 ottobre 2024

Lo sblocco, improvviso e unilaterale, dell’elezione del quindicesimo giudice della Corte costituzionale conferma, se ce ne fosse bisogno, un tratto identitario del governo Meloni, quello di un potere autoritario, insofferente al pluralismo e ai diritti delle minoranze e, quindi, anche a chi quei diritti è chiamato a tutelare. Come la Corte costituzionale. Che la premier ha deciso di conquistare, forte di una maggioranza “qualificata” ottenuta grazie ai cambi di casacca di alcuni parlamentari. Appropriarsi della Corte significa appropriarsi delle nostre libertà, dei nostri diritti civili e sociali, messi a dura prova in questi due anni di governo. Significa farne ciò che si vuole, senza avere la spada di Damocle di una censura successiva. Significa eliminare ogni argine al proprio potere “assoluto”.

Ed è quanto sta accadendo sotto i nostri occhi, in un clima politico e mediatico di indifferenza che, forse, è ancora più preoccupante del tentativo delle destre di appropriazione indebita della Corte. Lo aveva detto a gennaio: sarebbe stata lei “a dare le carte” nella partita sull’elezione parlamentare dei giudici costituzionali, uno già scaduto a novembre 2023 e altri tre in scadenza a dicembre 2024. Detto, fatto: dopo aver tenuto la Corte zoppa per quasi un anno, ora Giorgia Meloni decide di incassare la sua prima vittoria, senza neanche giocare la partita con l’opposizione, come farebbe chi ha ben chiari i suoi doveri istituzionali rispetto a un organo di garanzia come la Consulta.

Un fedele interprete di quei doveri avrebbe cercato subito un candidato che, al di là dell’orientamento culturale, fosse “meritevole, per cultura giuridica, esperienza, stima e prestigio, di assumere quell’ufficio così rilevante”, per dirla con le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e sul quale far convergere anche i voti dell’opposizione. Ma la premier non ci pensa proprio a far sedere al tavolo Schlein e compagni.

Il trasformismo politico dei parlamentari le ha regalato i 363 voti necessari ad eleggersi da sola i giudici costituzionali, ovvero la maggioranza “qualificata” dei 3/5 di deputati e senatori: un quorum alto - persino più alto di quello richiesto per eleggere il Capo dello Stato - stabilito proprio per garantire la più ampia convergenza politica, in considerazione della funzione “contromaggioritaria” delle Corti costituzionali, nate, dopo l’esperienza tragica del nazifascismo, come limite al potere assoluto e come garanzia del pluralismo e delle minoranze.

Ma tant’è. Forse anche in vista dell’udienza del 12 novembre in cui la Corte deciderà i ricorsi regionali contro l’Autonomia differenziata, Meloni ha “ordinato” ai gruppi di maggioranza di presentarsi puntuali martedì prossimo alla Camera per votare il “suo” giudice, il primo dei quattro da sostituire, che sarà il “suo” consigliere giuridico, il costituzionalista Francesco Saverio Marini, figlio di Annibale, già giudice ed ex presidente della Corte nel 2005, designato sempre dalla destra.

Un governo che si sceglie da solo i componenti degli organi di garanzia, sulla base di una maggioranza numerica non uscita dalle urne ma dal cambio di casacca politica di alcuni parlamentari, è assolutamente fuori dalle dinamiche di una democrazia costituzionale. Il che rende concreto il rischio di avere alla Corte non dei giudici ma dei “soldatini” con un preciso mandato politico. Un po’ come i giudici della Corte suprema americana voluti da Trump all’epoca della sua presidenza, che il New York Times non chiama più Justice ma Mister, perché quello che era il baluardo della rule of law è diventato il baluardo di una linea politica. Bisogna impedire che avvenga la stessa cosa con la nostra Corte.

Secondo Massimo Cacciari, stiamo facendo l’abitudine alla guerra e questo rende più difficile la difesa dei principi dello stato di diritto. Le guerre stanno rafforzando unilateralmente i governi, silenziando i Parlamenti e aprendo la strada a regimi autoritari in nome della sicurezza. Anche da noi. Pensiamo al Ddl del governo Meloni, impregnato di cultura del “nemico”, che in nome della sicurezza criminalizza anche il dissenso. E pensiamo al divieto di manifestare in piazza. Inquietante, ha scritto ieri Vladimiro Zagrebelsky, ricordando che manifestare il dissenso è “un’esigenza propria del pluralismo, della tolleranza e dello spirito di apertura senza i quali non esiste società democratica”. Eppure, siamo a questo. La Corte costituzionale è, per sua natura, un argine contro questa lenta erosione dei diritti e della democrazia ma i cittadini non lo sanno, altrimenti riempirebbero le piazze, come hanno fatto in altri Paesi, e il governo non tenterebbe di appropriarsene o di fare ostruzionismo alle sue sentenze (vedi il fine vita). Purtroppo, là dove le piazze non si sono riempite, le democrazie si sono svuotate. Perciò, come dice Cacciari, non accontentiamoci di sopravvivere.