di Daniela Palumbo
scarpdetenis.it, 9 luglio 2026
Il lavoro resta uno dei pilastri del reinserimento dei detenuti, ma nelle carceri italiane le opportunità di formazione e occupazione sono ancora distribuite a macchia di leopardo. Tra carenza di educatori, ostacoli burocratici e differenze tra istituti, soprattutto tra Nord e Sud Italia, il successo dei percorsi di rieducazione dipende spesso dall’impegno delle direzioni penitenziarie e dalla collaborazione con il territorio. Viaggio di Scarp tre le dolcezze che nascono in carcere. Si parla molto del valore del lavoro carcerario, portatore non (solo) di semplice occupazione, ma strumento di rieducazione e reinserimento sociale. Le storie di Scarp raccontano una fitta rete di esperienze professionalizzanti in cui i detenuti sono protagonisti, costituita in buona parte dal settore dei prodotti da forno: pane, biscotti, pasticceria.
Eppure, l’impiego dei detenuti e i progetti di formazione e lavoro continuano a essere una realtà a macchia di leopardo nelle carceri italiane, condizionata dalla sensibilità dei singoli direttori, dalle risorse dei vari istituti, dagli spazi interni dove poter organizzare forni, cucine, laboratori per la formazione. Ne abbiamo parlato con Francesca Rapanà, pedagogista, che segue il tema del lavoro nelle carceri italiane per Ristretti Orizzonti, a Padova.
Attualmente lavora con Veneto Lavoro, ente della Regione che gestisce i centri per l’impiego, per implementarli all’interno del sistema penitenziario veneto “in modo da rendere più coerente ed omogenea la progettualità e la regolamentazione legate al lavoro. La frammentazione delle esperienze dipende sicuramente molto dalla direzione dell’istituto, ma anche dal territorio e dalle istituzioni esterne al carcere, che possono essere più o meno recettive rispetto al tema”.
Dal punto di vista dell’ordinamento giuridico delle Case circondariali, il lavoro è sempre stato considerato il principale motore di reinserimento sociale. “Ma non basta abbinare ai detenuti delle offerte di lavoro perché la recidiva si riduca e perché possano reinserirsi davvero nella società - precisa Rapanà. Occorre che il detenuto sia accompagnato gradualmente al mondo del lavoro attraverso gli educatori. Il recluso è una persona fragile che deve imparare una serie di regole: lavorare in gruppo, rispettare gli orari, gestire i soldi dello stipendio, per esempio. Ci sono detenuti che il primo giorno di libertà, dopo tanti anni, sono disorientati, non sanno gestirsi nel quotidiano. Per anni sono vissuti chiusi, con le regole del carcere. Vanno accompagnati, a volte letteralmente. E vanno accompagnati in senso emotivo: con la fiducia, la stima e l’ascolto. È capitato che un detenuto non si presentasse al lavoro perché aveva il colloquio con il magistrato, e non ha avvertito dell’impegno perché per lui è normale che i colloqui col giudice abbiano la priorità”.
Servono più educatori - “Oppure, la persona che sconta una pena alternativa ottiene un permesso premio e non gli viene in mente che deve chiedere le ferie. Se il datore di lavoro non capisce che all’inizio ci possono essere errori, il rischio è di perdere il posto dopo un mese.










