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di Glauco Giostra

Il Dubbio, 24 ottobre 2026

Riportiamo di seguito il testo della lectio pronunciata dal professor Glauco Giostra alla Festa per i 10 anni del Dubbio lo scorso mercoledì 21 ottobre, presso la Sala Cristallo dell’Hotel Nazionale. Il titolo dell’intervento è “Carcere: bisogna aver visto”. Premetto che, sapendo di poter contare sulla vostra conoscenza della drammatica situazione carceraria, mi limito a pochi impressionistici e impressionanti dati: un sovraffollamento superiore al 142%; più di 5 suicidi al mese; e, non sembri una contraddizione: in questo affollatissimo stabulario ci si suicida soprattutto per disperante solitudine; più di 5.000 riconoscimenti giudiziari di un trattamento inumano e degradante;

- molte centinaia di autolesionismi; ingravescente utilizzo di psicofarmaci: nel 2022 poco meno del 60%della popolazione faceva uso di antidepressivi e/o di sedativi; nel 2025, più del 67%; due condanne della Corte europea per trattamento inumano e degradante, la seconda delle quali (sentenza Torreggiani) ha qualificato il sovraffollamento delle carceri italiane come un problema strutturale e sistemico; sette sezioni del carcere di Sollicciano sequestrate per le gravi carenze igienico-sanitarie e strutturali; Stati come la Germania e l’Olanda che si rifiutano di consegnare loro detenuti alle autorità italiane per lo stato delle nostre carceri “inumane per sovraffollamento, numero di suicidi e inadeguatezza delle strutture”.

Dati agghiaccianti, ma che non bastano da soli per avere una idea della situazione reale: “Bisogna aver visto”, come ammoniva all’inizio del secolo scorso il leader socialista Filippo Turati durante uno storico discorso di denuncia delle drammatiche condizioni delle carceri italiane, tenuto alla Camera dei Deputati. In quella celebre requisitoria, Turati definì i penitenziari dell’epoca come il “cimitero dei vivi”, criticando aspramente l’isolamento del mondo carcerario e la deliberata intenzione dello Stato di limitarsi a segregare, atterrire e deprimere i detenuti. Ci piacerebbe tanto poter assicurare che quella realtà carceraria appartenga ormai solo al passato. Ma temiamo che, se dovesse ripetere analogo discorso oggi, Filippo Turati dovrebbe apportare al testo di allora soltanto qualche ritocco.

Non posso non aggiungere che, quando parliamo della insostenibile situazione del nostro sistema penitenziario, raramente pensiamo a chi in questo doloroso, deprimente e cupo contesto - mai rischiarato dalla considerazione sociale, men che meno dai riflettori dei media - è costretto quotidianamente a lavorare tra difficoltà e rischi, assistendo, spesso impotente, alle sofferenze e alle rimostranze dei ristretti. A una così mortificante e stressante situazione alcuni reagiscono consentendosi ciniche prevaricazioni, i più con senso del dovere e di empatica umanità.

Come ci siamo potuti ridurre così? - Nessuna forza politica può chiamarsi esente da responsabilità: chi era provvisto di una lungimirante idealità progettuale costituzionalmente orientata è mancato di coerente determinazione politica, chi è provvisto di determinazione politica è mancato sinora di qualsiasi idealità progettuale costituzionalmente orientata.

A meno che non si voglia gabellare per tutela della sicurezza sociale, bene di sicuro rilievo costituzionale, certo trumpismo penale e carcerario. Come quando ai tempi del proibizionismo “si incollava l’etichetta con la scritta “sciroppo” o “gazzosa” sulle bottiglie di whisky” (André Gide), così oggi si applica l’etichetta “sicurezza sociale” su provvedimenti di demagogico e improduttivo autoritarismo carcerocentrico. Rectius, produttivi solo elettoralmente. La ragione di questa alta redditività in termini elettorali di una politica che ostenti il turgido bicipite della repressione penale, e il carcere come risolutiva risposta ai problemi della criminalità, è impeccabilmente descritta nella Medea da Christa Wolf: “Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non crede, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci”.

Non ci si racconti, poi, della necessità di dover far fronte ad una criminalità crescente. I numeri sono argomenti testardi. Come di recente ha ricordato Il Dubbio, gli omicidi sono in drastico calo. Si pensi che nel 1991 gli omicidi furono 1.916, a fronte dei 286 commessi nel 2025. Anzi, dovrebbe far riflettere, ove lo si volesse e sapesse fare, che la popolazione penitenziaria è passata nei medesimi anni da 35.469 a più di 65.000 detenuti. Avere soltanto un antidoto “fatto a sbarre” per ogni devianza sociale ha determinato dal 2022 un aumento di quasi 10.000 detenuti nelle nostre carceri. Particolarmente emblematico, poi, l’andamento della popolazione penitenziaria minorile che nello stesso arco temporale è aumentata addirittura del 50%!

Conseguenze - A causa dell’intollerabile, indegno sovraffollamento, che presto ci esporrà ad un’altra ustionante condanna della Corte europea per trattamenti inumani e degradanti, il nostro doloroso universo penitenziario versa in una situazione di patente illegalità costituzionale: perché le pene vi sono espiate in condizioni contrarie al senso di umanità, facendo venir meno il necessario presupposto, come da tempo ha spiegato la Corte costituzionale, affinché possano tendere alla rieducazione del condannato.

Già “la ricetta di rendere sociale il soggetto antisociale inserendolo in contesti asociali - diceva Gustav Radbruch - è efficace quanto quella di insegnare a nuotare fuori dall’acqua”; se poi oggi si pretende di recuperare un soggetto alla legalità costituzionale imponendogli un trattamento costituzionalmente illegale è come se chi ha il compito di insegnare a nuotare non sapesse lui stesso nuotare.

Un istruttivo insegnamento d’oltreoceano viene dalla pronuncia con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ordinato (sent. Brown v. Plata, del 2011) allo Stato della California di ridurre la popolazione penitenziaria di circa 40.000 unità. Il gravissimo livello di sovraffollamento raggiunto in quello Stato, infatti, circa il 190% della capienza, violava, secondo la Suprema Corte, l’VIII emendamento della Costituzione, che vieta “cruel and unusual punishments”. La Corte ha ritenuto che il drastico decongestionamento fosse l’unico rimedio per ristabilire uno standard di vita intramuraria umanamente e costituzionalmente accettabile.

Cosa si è fatto - A parte un inutile intervento sul procedimento per la valutazione dei presupposti della liberazione anticipata, dichiarato incostituzionale dopo un anno, sinora ogni tentativo di affrontare la drammatica emergenza umanitaria e giuridica era destinato ad operare, più o meno efficacemente, in un futuro di medio-lungo termine. È come se, accorrendo sul luogo in cui si è verificato l’ennesimo spaventoso incidente stradale con alcune persone agonizzanti e altre che invocano disperatamente soccorso, ci si limitasse a promettere di rivedere la segnaletica e anche di aumentare la carreggiata di una corsia. Fuor di metafora, costruire nuove carceri. La Presidente del Consiglio ha voluto chiarire di non aver mai creduto che “la strada per ridurre il sovraffollamento siano indulti e svuotacarceri”, ritenendo piuttosto che servano “misure strutturali per ampliare gli spazi a disposizione”. Un’idea in frontale contrasto con le raccomandazioni da tempo formulate dal Consiglio d’Europa: dopo aver avvertito che “aumentare la capacità ricettizia significa aumentare senza vantaggio alcuno la domanda di carcere”, il Consiglio ha esortato a far ricorso alle misure alternative, ritenute “mezzi importanti per combattere la criminalità, per ridurre i danni che essa causa”, evitando “gli effetti negativi della reclusione”.

Cosa si dovrebbe fare? - L’ineludibile urgenza, tardiva peraltro, è quella di decongestionare drasticamente il sovraffollamento. Ogni proposito di riforma altrimenti sarebbe destinato a restarne soffocato. Una volta risaliti dal baratro della disumanità e della illegalità in forza di un drastico ridimensionamento della popolazione penitenziaria, si dovrebbe porre mano a riforme affinché si riconduca la situazione nell’alveo della civiltà e della costituzionalità. Si potrebbe contare su una estrema copiosità di materiali e di proposte: quelli offerti dagli Stati generali dell’esecuzione penale, dalla Commissione che ho avuto l’onore di presiedere, dalla Commissione Ruotolo, dalla sezione “Carcere, materiali per una riforma” della rivista “Sistema penale”, materiali che vado raccogliendo con patetica perseveranza e con il generoso e qualificatissimo apporto di autorevoli giuristi; da ultimo, è di pochi giorni fa, si potrebbe attingere anche dal progetto ministeriale “Giustizia più inclusiva”, in cui a prima lettura si rinvengono ottimi propositi, che saranno tuttavia destinati a restare soltanto tali, qualora - rimosso l’attuale sovraffollamento - non si creassero le condizioni, le strutture e il personale necessari.

Ma non sembra questa la via che si intende seguire. Sulla strada dell’indulto è stato apposto un divieto di accesso per una duplice preoccupazione. Innanzitutto perché, si sostiene, verrebbe incentivata la tendenza a delinquere, come è accaduto con l’ultimo indulto del 2006: affermazione che addebita impropriamente la successiva crescita della popolazione penitenziaria alla recidiva degli indultati. Uno studio commissionato dal Ministero della giustizia e compiuto sui dati del DAP ha seguito nel tempo le persone beneficiarie dell’indulto e misurato il loro reingresso in carcere nel quinquennio successivo: la percentuale era circa il 33,9%, a fronte del tasso di recidiva ordinario di allora, intorno al 65-70%. Altra ragione di contrarietà: lo Stato si dimostrerebbe debole, e con la medesima preoccupazione si è ritenuta impraticabile persino la proposta di aumentare la riduzione di pena in vista della liberazione anticipata ai soggetti che se ne fossero dimostrati meritevoli, temendo che potesse essere percepita come una graziosa indulgenza, mentre rappresentava un risarcimento dovuto per le terribili condizioni in cui quel merito è stato maturato.

Evidentemente si preferisce restare uno Stato senza dignità, come ha autorevolmente ammonito il Presidente Mattarella, “dignità, in un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale del detenuto, che rappresenta la migliore garanzia di sicurezza”, con ciò autorevolmente chiarendo come anche che la sicurezza sociale non dipenda da quando, ma da come il detenuto torna in libertà e da come viene sostenuto nella sua convalescenza sociale. Dobbiamo allora prendere purtroppo atto che ci potrebbe essere un’ altra soluzione per ridurre la forbice tra la realtà e il dover essere costituzionale: modificare questo secondo, magari intervenendo direttamente sull’art.27 che “ è stato il grimaldello culturale di chi ha lentamente eroso la certezza della pena facendo leva su gargarismi garantistici a scapito del valore di difesa sociale e di prevenzione generale della pena”.

Una distopica previsione - Di fronte a questo bivio - cambiare la realtà o cambiare i principi ispiratori del nostro sistema penale - speranza e realismo sembrano prendere rotte diverse. Temiamo che, almeno nel breve-medio periodo, sia destinato a prevalere l’approccio securitario e carcerocentrico. Anzitutto per la perniciosa sinergia di tre fattori: la cronaca nera, cui viene dedicato quasi il triplo dello spazio rispetto agli altri Paesi europei e che misura la pubblicabilità della notizia in base alla sua drammaticità o alla sua minacciosità; 2) la pandemia sociale dell’insicurezza, che ha dato luogo in questi ultimi decenni ad una democrazia emotiva, in cui la fa da padrone la pulsione securitaria; 3) l’imperversante giustizialismo che nelle condizioni date è elettoralmente molto redditizio.

La previsione è poi oggi distopica anche perché sarà difficile non risentire a livello nazionale dell’impetuoso e gelido vento che spazza via il diritto e l’umanità, quali ingombranti reperti del passato che debbono lasciare il posto all’egemonia della forza e dell’interesse, economico o elettorale che sia.

Un non rassegnato impegno - Nonostante questa consapevolezza, noi “professori dell’utopia”, come ci etichetterebbe Goliarda Sapienza, manterremo speranza e impegno civile. Certo “non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientare le vele”, come Il Dubbio su questo dramma sta facendo da dieci anni, come sta facendo con la giornata odierna e come, sono certo, continuerà a fare. E anche se si sarà costretti a procedere di bolina, la prua punterà sempre verso il lido della responsabile umanità, indicato dalla Costituzione.