di Massimiliano Cortivo
Corriere del Veneto, 26 luglio 2026
Consuelo è la figlia di Silvano Maritan, ex boss della Mala del Brenta. “Ha sbagliato tanto, è stato doloroso. Ma ho imparato a sopravvivere”. Consuelo ha fatto molta strada, ha sorpassato mille ostacoli e di cognome fa Maritan. Nipote di Lino, cugina di Luciano, ma soprattutto figlia di Silvano, è riuscita a non percorrere un cammino lastricato di errori, attorno a cui ruotava il suo ambiente, in favore di una strada fatta di studio e rigore. Un esempio virtuoso e una “battaglia” vinta contro i propri fantasmi e le proprie fragilità.
Chi è Silvano Maritan? Che padre è stato per lei?
“Sempre presente nonostante le lunghe assenze. Ha trascorso più di quarant’anni nelle carceri di mezza Italia, dal 1991 ad oggi sarà stato libero qualche decina di mesi”.
La sua presenza quindi come si manifestava?
“Mi ha sempre scritto molto. Mi raccontava le cose che gli accadevano, la sua vita di recluso, ma soprattutto mi spronava nello studio”.
E lei ha lo ha preso alla lettera, fino a diventare un’affermata psicoterapeuta. Ma la sua storia è stata tutta in salita...
“Quando avevo quasi 8 anni mia mamma, che ne aveva appena 26, dieci meno di papà, perse la vita per un banale incidente domestico, lo scoppio di una caldaia. Lui era in carcere, io lo sapevo anche se non me l’avevano mai detto; è a lavorare lontano, mi ripetevano. E all’improvviso quel giorno lo vidi arrivare a casa degli zii. Capii che era successo qualcosa di importante, di brutto. Non lo scorderò mai”. Il mondo le crollò addosso. “Senza più la mamma e senza il papà, a vivere con gli zii e i cugini in un contesto molto difficile con frequentazioni familiari non proprio specchiate. La presenza costante di mia nonna materna, che veniva regolarmente a trovarmi, è stata fondamentale per la mia sopravvivenza emotiva”.
Silvano Maritan già allora era il “Presidente” come veniva chiamato all’epoca della Mala del Brenta. Non facile per un adolescente vivere con quel cognome...
“Ogni volta che passavo davanti alle edicole, tremavo nel guardare le locandine. Spesso c’erano notizie che riguardavano mio papà: eventi molto forti, non si trattava di uno che aveva semplicemente rubato delle galline. La situazione mi ha creato una fragilità davvero importante che sono riuscita a superare solo molti anni dopo con l’aiuto della terapia. Apertamente nessuno mi ha mai detto nulla ma sapevo che alcuni genitori non avevano piacere che il proprio figlio trascorresse del tempo con me. Queste cose mi hanno ferito tanto. E questo devono sempre tenere a mente coloro i quali si trovano in un regime di detenzione: gli errori commessi ricadono anche su chi sta fuori, in modi diversi”.
Mai pensato di lasciare San Donà?
“Ci ho pensato ma non era giusto: che colpa avevo io se mio padre aveva commesso degli errori? Ritenevo e ritengo che cambiare luogo in cui vivere debba essere una scelta serena, non una fuga”.
Ricordi belli ne ha con suo padre, più felici di altri?
“Uno di quand’ero al liceo, il giorno del mio compleanno all’ora della ricreazione vidi arrivare il furgone di una pasticceria pieno zeppo di pastine: per festeggiarmi aveva deciso di offrire la merenda a tutta la scuola. Un altro quando mi accompagnò da Saramin Sport perché il mio insegnante di atletica leggera gli disse che avevo del talento. “Mi dia le scarpe più belle che ha per mia figlia”. E quando mi ha portata dalla mia prima terapeuta; avevo 9 anni”.
Quando gli ostacoli per lei sembravano sorpassati, con una professione avviata e una famiglia felice, arrivò una nuova prova: la carcerazione di papà per omicidio...
“È stato un evento molto doloroso, il bene per mia figlia e la forza e la vicinanza del mio compagno attuale mi hanno permesso di restare in piedi. Non ho mai difeso mio padre, ha sbagliato molte volte, punto. In questo caso però ritengo che le cose non siano andate esattamente come poi è stato riportato”.
Lei è sempre andata a trovarlo...
“Non me la sento di lasciarlo là, anche se non c’è volta in cui io non provi del disagio ad entrare in carcere. È mio papà. Ora però ho imparato a proteggermi, a mettere dei confini quando serve. In questo modo riesco a vivere finalmente al meglio la mia condizione di figlia”.
E di madre, forse...
“Paradossalmente per il momento questo mestiere è stato un po’ più semplice. A mia figlia ho sempre detto la verità. I bambini, i ragazzi hanno bisogno di sapere che gli adulti nella vita possono sbagliare. Se nascondiamo loro le cose non li aiutiamo nella crescita, non siamo più riferimenti affidabili. Questo può portarli a cercare risposte e conferme all’esterno”.










