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di Giovanni Orsina

La Stampa, 16 settembre 2024

Il Parlamento ha dato il via libera ma è ipocrita negare il ruolo della magistratura. La destra fa la sua parte, anche se a fasi alterne: per Toti non c’è stata la stessa reazione. Quello che Matteo Salvini sta subendo sulla vicenda Open Arms è un processo politico. Consentito, non per caso, da un voto parlamentare. L’articolo 96 della Costituzione stabilisce che, perché possa procedere in caso di presunti reati ministeriali, il potere giudiziario ha bisogno dell’autorizzazione della Camera o del Senato. La legge costituzionale numero 1 del 1989 aggiunge che l’assemblea può negare tale autorizzazione “ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo”. Saggiamente, la Carta lascia così alla politica la facoltà di disegnare i propri stessi confini, di stabilire fin dove si spinge il terreno della discrezionalità politica sul quale la magistratura non può addentrarsi.

Nel caso in questione, il via libera l’ha dato il Senato quattro anni fa, il 30 luglio del 2020, contro il parere della propria stessa Giunta per le autorizzazioni a procedere. Allora si opposero 141 senatori appartenenti ai partiti dell’attuale maggioranza e votarono a favore 149 delle forze ora all’opposizione. Oggi il processo a Salvini è un evento giudiziario destinato a svolgersi seguendo le regole del diritto, ma non sarebbe mai esistito se a monte non ci fosse stata la decisione squisitamente politica che un’assemblea rappresentativa ha assunto a maggioranza, dividendosi lungo linee partitiche.

In Italia il rapporto fra politica e giustizia è patologico da almeno un trentennio, è dai tempi di Tangentopoli che l’equilibrio fra i poteri è saltato e che infuria un duro conflitto politico per la sua ridefinizione. Ed è da allora che la richiesta che la politica non s’immischi con la giustizia - puntualmente ripetuta, stentorea e vibrante, a ogni piè sospinto -, suona vana e falsa. Nel caso Salvini-Open Arms siamo un bel passo più avanti, però: qui la natura politica del conflitto è talmente evidente che negarla o scandalizzarsene appare ancora più ipocrita del solito.

I magistrati che hanno portato Salvini a processo stanno perseguendo anche scopi politici, in senso lato: se si arrivasse a una condanna, ne risulterebbe compresso il campo della discrezionalità politica e, di conseguenza, ampliato lo spazio di sorveglianza del potere giudiziario. “Tra i diritti umani e la protezione della sovranità dello Stato”, ha dichiarato ad esempio il procuratore di Palermo nella sua requisitoria, “in democrazia i primi prevalgono sempre, e non possono essere inficiati da chi riveste una funzione pubblica”. Una frase della quale si potrebbe discutere molto a lungo - ma che contiene indiscutibilmente un ambizioso programma politico. Meno ambiziosa ma altrettanto politica la dichiarazione della giunta palermitana dell’Associazione nazionale magistrati: “La piena uguaglianza di tutti di fronte alla legge è l’autentica essenza della democrazia, a prescindere dalla carica e dal rilievo politico”.

Una frase che dà per assodato proprio quello di cui invece si discute, se l’articolo 96 della Costituzione dal quale siamo partiti stabilisce che un ministro non possa andare a processo, e perciò non sia affatto uguale a tutti gli altri, quando la politica dichiara che ha agito a tutela di un preminente interesse pubblico. Ma, si dirà, il 30 luglio del 2020 la politica ha deciso che Salvini non agiva a tutela di un interesse pubblico. Veniamo così, dopo la magistratura, al secondo attore della commedia: l’allora maggioranza, attuale opposizione, che votò contro Salvini. Non le è parso vero quattro anni fa né le sembra vero adesso di poter utilizzare la giustizia per le proprie finalità politiche - ossia di poter far fare opposizione ai giudici. Una scelta politicamente razionale nel breve periodo ma che, col tempo, finisce per consentire che il campo della politica nel suo complesso sia eroso, danneggiando tutti coloro i quali ci si muovono, a destra così come a sinistra.

Anche questa dell’autolesionismo di una politica miope è una storia vecchia, del resto: è esattamente quel che è accaduto nel 1992-1993. Da ultimo lo ha scritto ieri su Facebook l’ex-governatore della regione Liguria, Giovanni Toti, e non c’è niente da aggiungere: “Il vero nemico della politica non è la magistratura, ma la politica stessa che ha costruito la gabbia in cui si è rinchiusa”.

Il terzo attore, infine: la destra di governo. Politicizzando il processo Salvini, non sta facendo nient’altro che il suo mestiere. Di nuovo: scandalizzarsene è da ipocriti. Tanto più perché la nuova destra populista e/o sovranista ha promesso agli elettori proprio di ripristinare gli spazi della politica e, per il suo tramite, della volontà popolare, contrastando l’espansione delle istituzioni non politiche e non rappresentative, fra le quali, ovviamente, quelle giudiziarie.

Semmai qui lo scandalo è un altro, allora: che la destra di governo il suo mestiere lo abbia fatto e faccia a fasi alterne; che - poiché lo abbiamo citato - su un caso sconcertante come quello di Toti sia scesa in campo col freno a mano tirato; che abbia spesso ceduto anche lei, e mica poco, al giustizialismo. Che, insomma, non abbia ancora deciso se preferisce ripristinare la politica o continuare a giocare con l’antipolitica.