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di Francesca Spasiano

Il Dubbio, 12 febbraio 2024

Lo stupro appare come un reato diverso dagli altri, e diverso è il giustizialismo che gli si applica ma il rischio è lo stesso: calpestare diritti e garanzie. Spagna, novembre 2017. Migliaia di donne si ritrovano in piazza a Madrid davanti al ministero della Giustizia per protestare contro le modalità con cui si sta svolgendo il processo a “La Manada”. Il nome sta per “Branco”, dal titolo che cinque ragazzi accusati di stupro hanno dato al proprio gruppo Whatsapp. In quella chat si vantano e si scambiano filmati della violenza sessuale di gruppo nei confronti di una 18enne aggredita all’ingresso di un condominio il 7 luglio del 2016, durante il festival di San Firmino a Pamplona.

Dopo gli arresti, arriva anche l’indignazione pubblica. Ma a far esplodere la rabbia è la linea della difesa, o meglio la decisione dei giudici di ammettere tra le prove il dossier di un investigatore privato, nel quale si sosteneva che la ragazza non avesse subito alcun trauma perché dopo le presunte violenze era tornata a ridere e scherzare con gli amici. I movimenti femministi si mobilitano, e si riversano nelle strade e sui social brandendo lo slogan “Sì, io ti credo” (# yositecreo). Qualunque cosa dica la giustizia: “sorella, io ti credo”. Seguono feroci proteste, dopo le sentenze di primo e secondo grado: i giudici condannano i cinque per “abuso sessuale”, non rinvenendo nella loro condotta sufficiente violenza o intimidazione per classificarla come stupro, fattispecie più grave della prima.

Pena a nove anni di reclusione per il gruppo, a fronte dei venti chiesti dall’accusa. Due anni dopo, nel 2019, la Corte suprema spagnola annulla i verdetti e condanna gli imputati a 15 anni di carcere, riconoscendo le violenze avvenute. Ancora tre anni dopo, nel 2022, la Spagna approva una nuova legge anti-strupro: si chiama “solo sì è sì”, e concentra attorno al concetto di consenso il reato di abuso e aggressione sessuale (cioè lo stupro), unificando condotte molto diverse tra loro secondo una scala progressiva di sanzioni. Ma qualcosa va “storto”: con le nuove norme cominciano a fioccare richieste di revisione e sconti di pena. I condannati ne hanno diritto in base alla nuova legge, se a loro favorevole: è il principio del favor rei. È lo stato di diritto.

Ma ecco il punto: quando si imbocca la strada del cambiamento culturale per via penale, il rischio è di piegare il diritto al consenso, oppure di tradire le aspettative. Chi denuncia condanne troppo “soft” e domanda giustizia, di solito nella giustizia ha scarsissima fiducia. Alcune femministe ne hanno ancora meno, e anzi riconoscono nei tribunali luoghi di impunità e di oppressione patriarcale. Il punto non è solo rinunciare alle garanzie dell’imputato, innocente fino a prova contraria: si tratta di mettere sotto accusa l’intera macchina della giustizia, rifiutando il processo come luogo di accertamento dei fatti. Talvolta anche prima che ci sia stato un rinvio a giudizio. Come è avvenuto in Italia con il caso di La Russa Jr, il figlio del presidente del Senato accusato di violenza sessuale.

Il quale è diventato bersaglio esplicito del movimento femminista e transfemminista Non una di Meno dopo aver rilasciato alcune dichiarazioni sulla ragazza. “Lascia oggettivamente molti dubbi il racconto di una ragazza che, per sua stessa ammissione, aveva consumato cocaina prima di incontrare mio figlio”. A Milano sono spuntati manifesti di protesta, con il volto di Ignazio La Russa e di suo figlio Leonardo Apache sbandierato sui volantini insieme alla scritta: “ el violador eres tu” (“lo stupratore sei tu”). Un verso che richiama l’inno intonato dalle donne cilene durante le proteste del 2019 e diventato virale in tutto il mondo. “E non è colpa mia/né di dove ero/né di cosa indossavo: lo stupratore sei tu”. Il messaggio è chiaro: si tratta di denunciare la violenza istituzionale in tutte le sue forme. È un messaggio politico. Ma a scapito di chi? Delle garanzie di tutti, e in questo caso di un indagato che non è ancora imputato, esposto alla gogna come simbolo di una battaglia culturale intrapresa talvolta calpestando i diritti.

Le ragioni di questo corto cortocircuito sono moltissime, e poggiano sugli stereotipi sessisti che per anni sono entrati anche nei tribunali. Troppe volte le donne che hanno denunciato non hanno ricevuto la giusta attenzione, o peggio, sono finite sotto accusa. Secondo quel modo di fare i processi per stupro denunciato nel 1979 da Tina Lagostena Bassi, l’avvocata che per prima ha sfidato il tabù dello stupro in un’aula di giustizia con la sua celebre arringa sulla donna Fiorella. La sua battaglia è culminata nel 1996 con l’approvazione della legge contro la violenza sessuale, che per la prima volta riconosce lo stupro come delitto contro la persona e non contro la morale. Ma è di nuovo in quell’ambito che si rischia di chiudere le donne, se non le riteniamo capaci di ogni genere di comportamento umano, proprio come ogni persona.

“Una comprensibile e temporanea giustizia fai da te può trasformarsi in un’abitudine culturale al linciaggio di massa, in cui il sistema giudiziario è gettato dalla finestra per istituire al suo posto strutture di potere extralegali”, scrive Margaret Atwood in un editoriale del 2018. Lo stupro è (culturalmente) un reato diverso dagli altri, e diverso è il “giustizialismo” che gli si applica. Ma il rischio è lo stesso: una volta infranto un principio, anche se per una giusta causa, si fa fatica a tornare indietro.