sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Lavinia Elizabeth Landi

La Repubblica, 25 settembre 2024

 Il 26 settembre all’ex carcere il racconto di Claudio Ascoli e di alcuni testimoni partendo dagli scritti di Guido Calogero. Era il 1976 quando fu pubblicato in Italia il saggio Sorvegliare e punire di Michel Foucault, uscito in Francia un anno prima, in cui il filosofo ripercorreva la storia del sistema della disciplina. Negli anni ‘70, l’idea di punizione determinava lo svolgimento della vita all’interno delle prigioni, e in particolare nei penitenziari italiani si seguiva ancora il regolamento carcerario fascista del 1931, con privazioni e sofferenze fisiche come forma di “rieducazione”. Il 24 febbraio del 1974, anno di rivolte in diversi luoghi di reclusione del paese, anche alle carceri delle Murate di Firenze esplose la protesta: alcuni detenuti salirono sul tetto, in otto vennero feriti dai proiettili sparati a raffica da un agente e uno di loro, il ventenne Giancarlo Del Padrone, rimase ucciso. Nei giorni successivi, il quartiere di Santa Croce si ribellò alla violenza del sistema, e il collettivo Victor Jara di cui facevano parte i fratelli David e Chiara Riondino, fece della manifestazione un brano rivoluzionario dal titolo "Le Murate": “E non si respira più / E non ci si vede più / Ma nella fuga, compagno / Nella paura, compagno / Come nella lotta, compagno / Resterò sempre a fianco a te”.

Con queste parole, Claudio Ascoli dei Chille de la Balanza si addentra nel tema intricato della vita in carcere, nella performance che si svolgerà dopodomani. 26 settembre alle 20.30 negli spazi delle Murate, ideata per il progetto della Fondazione Scabia “Sentiero del Teatro. Accanto alla follia” che ripercorre il rapporto tra Giuliano Scabia e Franco Basaglia: “Una storia che non viene raccontata, e la cui memoria non è vissuta appieno dai fiorentini”, spiega Ascoli, per raccontare poi la filosofia “del dialogo” di Guido Calogero, attraverso le sue lettere dal carcere delle Murate in cui venne rinchiuso nel 1942, “perché la pensava diversamente”. La pensava invece in modo simile a Basaglia, che vedeva nella “reciprocità” l’unica via per la convivenza collettiva. “Prima ancora che nella bocca, la democrazia sta nelle orecchie. La vera democrazia non è il paese degli oratori, è il paese degli ascoltatori”, scriveva Calogero nel suo L’Abc della democrazia, ripreso da Ascoli nel suo percorso a ritroso, dagli anni ‘40 con l’arresto del filosofo fino al 1925 con la prima uscita del periodico universitario antifascista “Non mollare”. Per poi arrivare, passando per il ricordo della rivolta del 24 febbraio 1974, fino ai giorni presenti con una domanda aperta: “Come comportarsi oggi con il numero crescente di suicidi nelle carceri?”. Ascoli si muove libero nel racconto, in compagnia delle persone che hanno partecipato alla storia recente di Firenze e delle Murate: Valdo Spini della Fondazione circolo Rosselli, la cantautrice Chiara Riondino, Giuliana Occupati e Valentino Fraticelli del Cantiere della memoria, Corrado Marcetti, ex-direttore della Fondazione Michelucci, Cristina Farnetti che ha curato l’edizione del 1996 delle lettere di Calogero, e il fotografo Massimo Agus che riuscì a fermare in diversi scatti, gli avvenimenti del tempo.

La performance, a ingresso libero con prenotazione consigliata telefonando al numero 055-2476873, racconta il pensiero del filosofo e professore che nel 1940 firmò il “Manifesto del liberalsocialismo”, e prima nel 1931 l’adesione al fascismo, soltanto per poter continuare a insegnare agli studenti universitari di Pisa, Firenze e Roma che lo seguivano con sentimento e dedizione, tra cui Norberto Bobbio, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Bianciardi, perché l’insegnamento era per lui e per altri intellettuali amici, come Piero Calamandrei, il loro “posto di combattimento”. Calogero non smise mai di insegnare l’importanza della libertà e la necessità della democrazia, “il sistema di contare le teste invece di romperle”, scriveva nell’incipit del suo Abc, così come Basaglia e Scabia credettero sempre nell’apertura dei manicomi alle città. E delle città nei confronti dei manicomi, nell’idea di reciprocità tra individui all’interno di una comunità. “Come stiamo facendo a San Salvi da quasi trent’anni, grazie allo stesso Giuliano Scabia, così vorremmo che la cultura venisse creata, e non distribuita, in tutta Firenze”, conclude Ascoli, incitando alla memoria di una Firenze antifascista.