di Franco Corleone
L’Espresso, 15 agosto 2024
Il 16 agosto di cento anni fa veniva ritrovato il corpo del deputato ucciso dai fascisti. Un libro racconta perché, come Gobetti e Rosselli, era un nemico intollerabile per Mussolini. Il 16 agosto 1924 fu ritrovato casualmente il cadavere di Giacomo Matteotti lungo la Via Flaminia a 22 km da Roma, seppellito in una macchia chiamata La Quartarella, sotto una quercia. Era stato ucciso il 10 giugno da Amerigo Dumini e da altri sicari agli ordini della Ceka, una organizzazione criminale organizzata dal Ministero degli Interni. È impressionante leggere le cronache con la descrizione dello stato del cadavere, ed è importante approfondire le ragioni dell’occultamento del corpo del leader socialista.
Il 13 giugno il Presidente della Camera dei Deputati, Alfredo Rocco, nella sua imbarazzata comunicazione sul rapimento aveva fatto trapelare la certezza della morte; probabilmente la decisione di nascondere il corpo fu presa dai vertici del fascismo e del Governo per timore che lo sdegno popolare potesse manifestarsi in un moto incontrollabile se il funerale, a ridosso del delitto, si fosse svolto a Roma. La paura era ancora tanta dopo due mesi dall’assassinio così il trasporto a Fratta Polesine fu organizzato in fretta e furia e furono imposte esequie clandestine, con la presenza di limitate delegazioni dei partiti dell’Opposizione.
Questo epilogo colpisce non solo per la carica di odio verso l’avversario politico, ma anche per la debolezza dei partiti che rendevano palese una sconfitta irrimediabile di fronte a un Parlamento chiuso dal “grande giurista” Alfredo Rocco (come è stato improvvidamente definito il 30 maggio nella commemorazione di questo anno a Montecitorio da Luciano Violante) e alla scelta di un Aventino inconcludente e impotente, dominato dalla cautela. L’effervescenza delle masse popolari e dei giovani fu spenta da una gestione politica che si limitava alla speranza del ritorno della legalità per decisione del Re. Carlo Rosselli analizzò con crudezza la crisi Matteotti denunciando il paradosso del governo che si mostrava rivoluzionario al contrario dell’opposizione.
La sua definizione di “un’opposizione di maggioranza”, suona di sorprendente attualità. Piero Gobetti così salutava l’altro Parlamento: “La Camera chiusasi precipitosamente dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti si riaprirà (il 12 novembre, ndr.) senza le Opposizioni, e di qui ricomincerà con rinnovata asprezza il duello… I gruppi di Rivoluzione Liberale alla vigilia dell’apertura dei due Parlamenti, mandano un saluto ai deputati delle Opposizioni, i soli legittimi rappresentanti della libera nazione italiana”. In occasione del centenario dell’assassinio di Matteotti ho curato un volume intitolato “10 giugno 1924. Il fascismo uccide la democrazia” (Edizioni Menabò) con la riproduzione anastatica della biografia di Matteotti scritta da Piero Gobetti a caldo e pubblicata dalla sua casa editrice e stampata in ben settemila copie.
La chiave di lettura offerta dal mio volume è di legare due figure sicuramente diverse per posizione politica come Gobetti e Matteotti assieme a quella di Carlo Rosselli. Gobetti che aveva sedici anni meno di Matteotti lo ammirava per l’intransigenza nella denuncia del fascismo manifestando profonda stima per il rigore, la serietà e la capacità di analisi fondata sui dati e non sulla demagogia. Nella biografia sentimentale del giovane intellettuale torinese vi è una identificazione personale tanto che le ultime parole indicano un compito a sé stesso: “Perché la generazione che noi dobbiamo creare è proprio questa, dei volontari della morte per ridare al proletariato la libertà perduta”.
Sono convinto della validità della mia interpretazione storica e politica di legare l’antifascismo etico con un filo rosso che parte dalla dittatura di Mussolini e si chiude con la Resistenza, la Repubblica e la Costituzione. Non è un caso che nella tragedia durante gli anni per la Liberazione furono tante le riedizioni della biografia gobettiana di cui ho riprodotto le copertine e commentato le introduzioni. Giacomo Matteotti ci indica battaglie per l’oggi a difesa della democrazia, contro l’abuso di decreti legge che sviliscono il parlamento e i falsi del Bilancio dello Stato, a favore della equità fiscale e della giustizia contro l’arbitrio.
Suggestivo è il suo appello rivolto nel 1923 ai partiti socialisti europei a favore degli Stati Uniti d’Europa, tema che sarà ripreso da Carlo Rosselli nel 1935 per contrastare il nazismo in Germania. Perché fu ucciso Matteotti? Per il discorso del 30 maggio di contestazione dei risultati delle elezioni del 6 aprile, in cui dovette contrastare le vessazioni di Alfredo Rocco in nome della dignità del Parlamento o per il discorso che avrebbe fatto l’11 giugno su uno scandalo petrolifero di regime?
Forse la ragione è più semplice, come aveva scritto nel 1934 Carlo Rosselli in un articolo intitolato “Eroe tutto prosa”: “Era fatale quindi che morisse l’antifascista tipo Matteotti, eroe tutto prosa. Come dovevano morire nello stesso torno di tempo Amendola e Gobetti. Come dovranno morire, se non li salveremo, Rossi, Gramsci, Bauer. Mussolini sente, sa quali sono i suoi autentici avversari. Perciò li sopprime. Uccidendo Matteotti ha indicato all’antifascismo quali debbono essere le sue preoccupazioni costanti e supreme: il carattere, l’antiretorica, l’azione”.
Lo aveva capito con straordinario acume Leonardo Sciascia scrivendo in “Porte aperte”: “Matteotti era stato considerato tra gli oppositori del fascismo, il più implacabile non perché parlava in nome del socialismo, che in quel momento era una porta aperta da cui scioltamente si entrava e si usciva, ma perché parlava in nome del diritto”.









