di Paolo Delgado
Il Dubbio, 3 novembre 2025
Chissà se Pier Paolo Pasolini, il più anticonformista e coraggioso ma anche volutamente provocatorio tra i grandi intellettuali italiani, avrebbe apprezzato la canonizzazione di cui è stato fatto oggetto dopo la tragica scomparsa. Probabilmente no. Di certo, comunque, le sue provocazioni avrebbero meritato e meriterebbero di essere vagliate, analizzate e se del caso confutate con lo stesso spirito critico che lo stesso Pasolini esercitava a tempo pieno. Nessuno tra i suoi scritti corsari è stato citato più spesso, e quasi sempre a sproposito, di quello uscito sul Corriere della Sera il 12 novembre 1974 col titolo ‘Io so’ e diventato nella vulgata degli ultimi 15 anni una sorta di Ipse Dixit.
Certo non erano queste le intenzioni dell’autore, ma è un fatto che la frase centrale di quell’articolo, ‘Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi’, è stata trasformata in una legittimazione per ogni fantasia malsana, ogni sospetto di complotto, per quanto improbabile e surreale, ogni architettura ‘dietrologica’. Quell’articolo e l’autorevolezza del suo autore hanno arrecato un danno difficilmente calcolabile non solo alla cultura della sinistra italiana ma alla sua stessa mentalità diffusa. Il sospetto è stato elevato a certezza per il semplice fatto di essere nutrito. Nessun bisogno di prove e neppure di indizi perché alcune cose ‘si sanno’ e basta. Alcune responsabilità sono palesi di per sé e non necessitano di verifiche. Si può dubitare della presenza di Licio Gelli dietro ogni torbido mistero della Prima Repubblica? C’è davvero bisogno di dimostrare che la mano della Cia ha mosso molti fili nelle fasi più delicate e tragiche della storia italiana nella seconda metà del Novecento?
La potenza di quell’ ‘Io so’ è tale da sfidare le ricostruzioni giudiziarie, le testimonianze, le ricerche degli storici di professione. Poco importa, tanto per fare l’esempio più eloquente, che una serie interminabile di processi abbia stabilito che dietro il sequestro Moro c’erano solo le Brigate Rosse e dietro le Brigate Rosse assolutamente nessuno. Per l’opinione diffusa, e dunque domani per la storia, resta la certezza che invece i burattinai fossero sin troppi: ‘Noi sappiamo. Anche se non abbiamo le prove’.
In compenso è stata senza alcuna eleganza cancellata la sostanza dell’articolo cardine di quella fase, quello sulla ‘scomparsa delle lucciole’ uscito sempre sul Corriere della Sera il primo febbraio 1975. Oggetto del pezzo era la differenza nella natura stessa del potere democristiano nella prima fase della Repubblica, prima della scomparsa delle lucciole’ e nella seconda, ‘dalla scomparsa delle lucciole a oggi’. La critica alla prima fase era feroce. Quella rivolta al presente lo era molto di più. La modernizzazione, riassunta nella metafora delle lucciole, aveva reso gli italiani ‘un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale’. L’autore insisteva affermando di aver visto ‘il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista’ Per un intellettuale della sinistra, allora, negare la fede nel progresso era un rivoluzione copernicana, indicare lo sviluppo come fonte di regressione umana e morale e non di emancipazione suonava quasi come una bestemmia.
Di lì a poco sarebbe stato il segretario del Pci Enrico Berlinguer a indirizzare il suo partito verso una visione nuova, ‘il più rivoluzionario e il più conservatore’, e fare dell’austerità non più solo un obbligo ma un valore da contrapporre al consumismo e a quella che si chiamava allora ‘società del benessere’. Ma ad aprire la strada verso il divorzio tra sinistra comunista e fede nel progresso era stato, prima di Berlinguer, proprio Pasolini.
Ma quanto di quella ‘rivoluzione culturale’ si sia poi rivelato puntuale e utile e quanto invece abbia tagliato ogni ponte tra la sinistra italiana e la modernità, determinando un ritardo anche analitico mai più colmato, sarebbe un quesito essenziale che la sinistra stessa di porrebbe se, invece di sbandierare come slogan le frasi di Pasolini, fosse in grado di ereditarne lo spirito critico.











