di Francesca Polizzi e Alessandra Vescio
L’Espresso, 9 gennaio 2026
Madri e padri sono quasi la metà del totale. Per i minori i colloqui sono un trauma da elaborare. Anche per questo esiste una Carta dei diritti, ora in attesa di rinnovo. Controlli di sicurezza e identificazione. Ecco quello che avviene non appena si varca la soglia di un carcere. Che tu sia una persona detenuta, un volontario, un visitatore o un familiare. Il percorso è identico, sempre. Eppure, dietro a questa procedura uguale per tutti, si nasconde una differenza che pesa soprattutto sulle persone più piccole: i bambini che entrano per incontrare il proprio genitore detenuto. Per loro, quei controlli sono spesso il primo impatto con un ambiente rigido e poco accogliente.
L’associazione Bambini senza sbarre, che si occupa dei diritti dei figli di persone detenute, prova a trasformare questo passaggio in un momento più umano. Da molti anni, al carcere di Padre e figlio vicino San Vittore, l’associazione ha allestito il cosiddetto Spazio Giallo, un’area dedicata ai di Bollate, Milano bambini che si recano in carcere per incontrare un genitore detenuto, inaugurato nel marzo del 2007.
Prima dello Spazio Giallo, i bambini che andavano a visitare i genitori in carcere “facevano la coda con gli adulti”, spiega la presidente dell’associazione Lia Sacerdote, e in questi casi poteva accadere che gli adulti si “dimenticassero” della loro presenza perché presi dagli aspetti più burocratici: “Abbiamo notato che quello era un momento di attesa molto delicato che meritava attenzione”. Lo Spazio Giallo, che oggi è presente in varie regioni italiane, è un’area in cui i bambini possono stare e prepararsi all’incontro con il genitore detenuto. Qui ci sono psicologhe che possono aiutarli “a sostenere quel momento che dà ansia” e che prestano “ascolto alla loro presenza”, spiega Sacerdote.
Alcuni bambini, dice la presidente, ritornano anche i dopo il colloquio per “decantare”, perché lasciare il genitore è “un momento dolorosissimo e una separazione difficile”. Secondo le stime di Bambini senza sbarre sono circa 100 mila i bambini che incontrano i genitori in carcere, che sono poco g meno di 28 mila su un totale di oltre 63 mila detenuti. Una ventina quelli che vivono con le madri recluse negli Icam, gli istituti a custodia attenuata. Ma i numeri non dicono tutto. La genitorialità in carcere assume forme differenti a seconda del genere. “Sul tema della maternità esistono alcune ricerche, mentre sulla paternità le evidenze sono molto più scarse.
Eppure, si tratta di una realtà significativa: quasi la metà degli uomini detenuti ha almeno un figlio, percentuale che nelle donne sale al 60-65 per cento”, spiega Francesca Vianello, docente di Sociologia del diritto e della devianza all’Università di Padova. Per garantire il diritto alla genitorialità anche all’interno delle carceri italiane, nel 2014 è stata firmata - tra ministero della Giustizia, autorità garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e Bambini senza sbarre - la Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti che riconosce ai minori il diritto a un legame affettivo stabile con il genitore ristretto e allo stesso tempo afferma il diritto alla genitorialità delle persone detenute. La Carta rappresenta un quadro di riferimento fondamentale, sancendo misure concrete come la formazione del personale penitenziario, l’istituzione di spazi dedicati per i colloqui e la promozione di modalità di incontro compatibili con le esigenze dei figli.
L’ultima versione della Carta è di dicembre 2021, al momento se ne attende il rinnovo. Il lavoro di Bambini senza sbarre si inserisce in un contesto in cui il carcere affida alla polizia penitenziaria il ruolo di primo filtro tra dentro e fuori. Ma se per un adulto si tratta di una procedura, per un minore significa essere accolto dal personale spesso non formato a gestire esigenze emotive, tempi diversi e fragilità. Per questo, spiega l’associazione, la collaborazione con gli agenti è cruciale: “La polizia penitenziaria è sensibile all’argomento”, ciò ha permesso di avviare un percorso “per condividere cosa significhi davvero accogliere i bambini”.
Il lavoro con la polizia penitenziaria è un tassello di un intervento più ampio, che punta a ricostruire un’idea di continuità affettiva dentro un sistema che tende a frammentarla. “Poi ogni situazione è diversa dall’altra”, afferma Sacerdote, e, in alcuni casi, accade che venga preso in carico l’intero nucleo familiare. Bambini senza sbarre infatti lavora anche con le persone detenute attraverso gruppi di parola, ovvero momenti di incontro in cui le persone ristrette discutono di genitorialità e carcere, e questo permette di “collegare il lavoro che facciamo nello Spazio Giallo, che è quello dell’ascolto del bambino e del congiunto libero che accompagna, al lavoro che facciamo all’interno con il genitore detenuto”, spiega Sacerdote.
Uno dei temi più difficili da affrontare in questi casi è il tema della verità, e cioè il rendere consapevoli i minori delle ragioni per cui il genitore si trova in carcere: un aspetto che genera anche un profondo senso di colpa in tanti detenuti. Quello che provano a fare allora dall’associazione è distinguere la “colpa” dalla persona: il genitore in carcere, spiega Sacerdote, “non è un genitore sbagliato perché ha commesso un reato”, e questo permette di tutelare la relazione affettiva tra genitori e figli.
Dalla fine del 2024, a Milano è stata inaugurata anche la Casa Gialla, ovvero uno spazio per colloqui esterno al carcere. Bene confiscato alla mafia, lo spazio offre la possibilità ai genitori detenuti autorizzati dal magistrato di sorveglianza e a quelli in misura alternativa di incontrare i propri figli in un contesto accogliente e di tutela, in cui è possibile continuare a riflettere anche sul rapporto tra genitori e figli dopo il carcere.










