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di Enrico Sbriglia


Il Dubbio, 20 febbraio 2021

 

Il testo scritto da Marta Cartabia con Adolfo Ceretti sul magistero dell'arcivescovo Carlo Maria Martini. Ho letto più volte l'articolo di Damiano Aliprandi apparso su Il Dubbio il 29 gennaio scorso, in cui descriveva una storia "impossibile".

In verità ho sperato, nei giorni successivi, di leggere una smentita delle autorità, le quali precisassero che il cronista, in veste di indagatore dell'incubo penitenziario, avesse semmai erroneamente travisato i fatti e che, con lui, fosse pure in errore lo stesso onorevole Roberto Giachetti, il quale, al riguardo, aveva presentato una interrogazione parlamentare, in quanto la vicenda era troppo seria, troppo grave, perfino paradossale per essere vera, rischiando di accelerare quella percezione, che si sta diffondendo tra i cultori del diritto, del concreto rischio di proiezione del nostro Paese tra gli Stati-canaglia.

Damiano Aliprandi, infatti, informava che "L'autorità giudiziaria ha vietato a un recluso al 41bis di Viterbo l'acquisto del libro scritto dall'ex presidente della Consulta Marta Cartabia", cioè di chi oggi è diventata ministro della Giustizia.

La motivazione del rifiuto verso il testo infame risiederebbe sul fatto che "Il possesso del libro metterebbe il detenuto in posizione di privilegio agli occhi degli altri detenuti", aumentandone il carisma criminale.

No, non posso crederci, non è possibile, perché se così fosse, ci si troverebbe innanzi all'impiccamento del diritto penitenziario per mano dell'amministrazione che invece dovrebbe puntualmente attuarlo. Sarebbe, altrimenti, l'ennesima prova del fallimento completo del sistema penitenziario italiano, il quale, oramai, si auto-divorerebbe, non riconoscendo alcuna dignità perfino alle proprie norme fondamentali ed alla sua speciale finalità; norme, tra l'altro, che sono state ispirate nel tempo da illustri giuristi e che trovano coagulo proprio nell'art. 27, comma 3° della Costituzione Italiana.

Negare un libro a un detenuto, infatti, sarebbe la perfetta esibizione di una Comunità di operatori penitenziari non solo uccisa moralmente, nel proprio Dna deontologico, ma anche vilipesa. In tempi normali, in tempi in cui il vento giustizialista avrebbe potuto solo fischiare sinistramente tra le fenditure della persiana del buon diritto, la circostanza che un detenuto condannato per gravissimi reati chiedesse di acquistare una pubblicazione del genere, avrebbe riempito d'orgoglio ogni operatore penitenziario: non ci sarebbe stato direttore, educatore, comandante della polizia penitenziaria, agente, cappellano e volontario, psicologo e assistente sociale, che non ne avesse gioito.

Ma una richiesta simile avrebbe pure dovuto confortare l'amore di ogni magistrato verso il valore intrinseco della Giustizia, rassicurando, per converso, i cittadini che il denaro speso per il sistema penitenziario fosse davvero ben impiegato, in specie quello corrisposto per gli emolumenti al personale tutto, ivi compresi quelli non certo insignificanti attribuiti ai più alti gradi dell'amministrazione penitenziaria, di fatto provenienti dal mondo giudiziario.

La richiesta di un libro della natura di quello di cui stiamo parlando, ottenuto dal detenuto seppure a proprie spese, ma per il tramite dell'amministrazione, avrebbe spiegato il perché si realizzino (oppure non si intende farli più?) corsi scolastici, corsi universitari, corsi di formazione professionale, dibattiti culturali, presentazione di libri, incontri con rappresentanti della cultura; avrebbe fatto comprendere le ragioni per le quali si allestiscano biblioteche, si mettano in scena rappresentazioni teatrali, si promuovano attività sportive, si favorisca il dialogo interreligioso: in poche parole, il perché si promuovano attività trattamentali.

Il gesto di un criminale che intendesse acquistare un libro, addirittura scritto da una figura tra le più eminenti dello Stato, dall'ex Presidente della Corte Costituzionale, tra l'altro per la prima volta, ed anche forse troppo tardi, una donna, Marta Cartabia, insieme con il professore Adolfo Ceretti, docente di Criminologia, attraverso il quale entrambi trattano il tema del magistero del compianto arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, sempre vicino al mondo dei detenuti e degli operatori penitenziari, sarebbe stato interpretato, in tempi di non Covid-19 e di sano civismo, come una vittoria del diritto, del buon diritto.

È vero, spesso i libri spaventano più delle armi, possono svegliare insopportabili curiosità ed interrogativi, arrivando perfino ad aizzare le folle ed ispirare rivoluzioni, ma mai avrei pensato che potessero trasmettere panico all'interno di quel mondo governato, quantomeno negli intenti pubblici, soltanto dallo Stato il quale, forse, solo grazie alla lettura e ai buoni libri potrebbe scorgere quel cambiamento delle persone detenute che né le sentenze, né tantomeno il carcere duro, potranno mai realmente conseguire. Da una parte un libro e di fronte lo Stato, con tutte le sue polizie, i suoi apparati securitari e le istituzioni deputate alla giustizia. Ora però dovranno spiegarlo chiaramente, anzitutto al Ministro Cartabia, e anche noi, cittadini, abbiamo il diritto ed il dovere di saperlo.

*Ex dirigente dell'Amministrazione penitenziaria