di Flavia Perina
La Stampa, 17 giugno 2025
Fa una certa impressione leggere i calcoli dell’intelligenza artificiale sul portato delle modifiche al codice penale introdotte dal governo di centrodestra: a parità di reati, circostanze, condanne, oltre quattrocento anni di carcere in più rispetto all’epoca pre-meloniana. E magari il conto è arrotondato per eccesso, magari gli anni sono “solo” trecento in più, e tuttavia i numeri risultano comunque enormi. L’Alfa e l’Omega di questo tipo di interventismo sono il primo decreto Rave, quello che puniva i raduni musicali privi di autorizzazione con galera fino a sei anni, e il decreto sicurezza di qualche giorno fa, quello che consente di tenere in carcere le detenute incinte (ma introduce anche moltissimi nuovi reati).
In entrambi i casi stupisce l’ossessione per nicchie penali di infima entità, come se la politica dragasse gli angoli del codice alla ricerca di granelli di polvere sfuggiti al suo controllo. Il reato di rave, in tre anni, ha generato appena 21 procedimenti con una cinquantina di indagati. Sulle donne in gravidanza la norma è troppo recente per avere numeri, ma si sa che le madri con bambini piccoli in galera sono meno di venti: anche se decuplicassero è difficile immaginare che duecento borseggiatrici incinte costituiscano elemento di allarme sociale in un Paese di sessanta milioni di abitanti.
L’istinto securitario e un certo grado di panpenalismo è da sempre nei codici culturali delle destre, e da sempre sorregge il loro consenso popolare e le loro percentuali elettorali. Ma era lecito avere aspettative diverse su un governo a guida Fratelli d’Italia, che in materia di crimine e giustizia ha una specifica tradizione. Ad esempio, che esercitasse la sua forza contro i grandi fenomeni criminali che ha sempre denunciato, le mafie, il caporalato, il traffico di rifiuti, la corruzione, seguendo il sogno che tradizionalmente ha proposto agli italiani: un Paese dove la furbizia e l’elusione delle regole smettano di costruire rendite di posizione e lo Stato si imponga con fermezza ai potentati dell’illegalità. Quel sogno è stato sostituito da un abnorme giro di vite contro condotte che, salvo alcune eccezioni, sono sempre state rubricate come “reati minori” e che peraltro sono in netto declino non certo per l’inasprirsi delle pene ma per il moltiplicarsi delle tecnologie di sorveglianza in ogni luogo pubblico.
E tuttavia, mica è solo colpa del governo. È l’opinione pubblica, in larghissima parte, ad aver cambiato il suo sguardo sulle cose e la sua percezione di ciò che significa il binomio legge e ordine. Se ieri chiedeva un’Italia più giusta e più libera, dove non fosse obbligatorio levarsi il cappello al passaggio di ogni mammasantissima (e non solo quelli delle cosche), oggi ha abbassato le sue aspettative, e di molto. Le basta l’idea che si butti la chiave per la scippatrice impunita, per il dimostrante che blocca il traffico, per gli sconvolti che fanno festa sui pratoni di periferia senza il permesso della Siae e della Questura. Le bastano quei quattrocento, o trecento, anni teorici di galera in più per dire: ecco, finalmente i delinquenti hanno quel che si meritano. La vecchia teoria criminologica delle finestre rotte - reprimere i piccoli reati per ridurre il rischio di illegalità socialmente più rilevanti - è reinterpretata viceversa: mandiamo in galera quelli dei reati minori perché contro i reati maggiori non si può fare più di tanto, è un’ambizione troppo grande per noi.











