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di Francesco Petrelli*

L’Altravoce, 20 agosto 2025

Sentire l’aggiunta della procura milanese affermare, con un sorriso accattivante, “ho una passione per la verità”, suona come un banale slogan populistico. Banale perché evoca un rapporto semplice e diretto fra verità e processo che, come ben sappiamo, non esiste affatto, essendo il processo a determinare la “sua” verità e non il contrario. Populistico perché ammicca ad un facile consenso popolare all’indagine: come non sostenere infatti una procura che scopre e accerta la verità in favore del popolo vessato, come non amare un pubblico ministero che svela impavida le magagne degli amministratori. Quello della “passione per la verità” sembra il prossimo slogan di una trasmissione televisiva. Bello ed efficace.

Emblematico, purtroppo, della saldatura che nel tempo si è andata realizzando fra dispositivo mediatico, consenso popolare e indagini delle procure. La realtà e la verità appartengono a quel circuito oramai perfettamente interfacciato. L’indagine milanese è d’altronde solo una delle più recenti e delle più clamorose fra le tante indagini che hanno visto promuovere i teoremi in sistemi, ed i sistemi in verità, con il traino mediatico costituito dall’insopprimibile vocazione all’applicazione delle misure cautelari. Sempre e comunque.

In quel contesto, materiali posti a base dell’indagine, chat private più o meno probatoriamente rilevanti, sono stati diffusi senza alcuno scrupolo, selezionati e propinati nei telegiornali della sera perché compissero il loro “imprinting” sul grande pubblico. Che poi un Tribunale del riesame smentisca la sussistenza dei più gravi reati contestati o la stessa necessità delle misure restrittive della libertà, poco importa. Oramai l’effetto catalizzatore è stato raggiunto.

Il martello cautelare si è abbattuto sui fatti e li ha modellati a modo suo, forgiando una verità che difficilmente provvedimenti successivi riusciranno a eradicare dall’opinione pubblica. Non possiamo ridurre tutto questo ad un fisiologico meccanismo di controllo, perché qui due diversi giudici si sono confrontati con una medesima materia, con gli stessi indizi e con i medesimi elementi di prova. Possiamo mai immaginare che il giudice che, ascoltata la versione degli indagati nel corso dei loro interrogatori e studiate le memorie dei loro avvocati, ha deciso di cautelare un indagato non abbia capito? O che si tratti di un giudice privo della necessaria competenza tecnica? Che abbia per ignoranza applicato le misure restrittive?

Che abbia per errore di fatto ritenuto la sussistenza delle esigenze cautelari? Non è così. Probabilmente quel giudice ha guardato ai fatti e al materiale indiziante con gli occhiali di chi accusa e non con il filtro delle garanzie di libertà, secondo il principio della extrema ratio. Quando anche un altro giudice avrà smentito l’esito di quella visione, sarà stato troppo tardi, sia in termini di sacrificio della libertà personale che di danni collaterali.

E, quando l’indagine - come nel caso milanese - riguarda un’intera amministrazione cittadina, con un serio danno di immagine collettivo derivante dalla gogna internazionale alla quale il presunto “sistema Milano” è stato esposto. Questo, purtroppo, è divenuto l’ordinario esercizio dei poteri cautelari in un irresponsabile intreccio di culture politiche populistiche, mediatiche e giudiziarie. Un meccanismo incardinato su di un’errata equazione valoriale, al quale oramai abbiamo fatto abitudine: è l’indagine ad affermare quella “verità” di cui è appassionata la procuratrice aggiunta, ed ogni eventuale smentita solo un incidente di percorso, un errore trascurabile del giudice del controllo.

Abbiamo costruito nell’immaginario collettivo una idea dello strumento penale parossistica, e l’abbiamo consegnata interamente alla figura del pubblico ministero al quale è attribuita la formulazione anticipata della verità, ed assegnato non solo il controllo e il sindacato delle scelte politiche, ma anche pretesi compiti di controllo della eticità e della funzionalità della democrazia. Tutta la politica e la coscienza civile stessa del Paese dovrebbe riflettere sulla disfunzionalità di un simile assetto e sulla effettiva necessità porre al centro del processo, non le procure, ma la figura di un giudice più forte, autorevole garante dei diritti di libertà dei cittadini, portatore di una sana e laica “cultura del limite” e dotato di autonomia e di una indispensabile indipendenza non solo esterna, ma soprattutto interna.

È infatti volta proprio a questo fine quella grande e radicale riforma della separazione delle carriere che è una riforma della giustizia e per la giustizia, e che, al di là degli slogan e delle banalizzazioni propagandistiche di chi vuole mantenere il presente antistorico assetto di potere, ha una radice inequivocabilmente democratica e liberale e come tale volta a tutelare, non questa o quella parte politica, ma gli interessi di ogni cittadino.

*Presidente Unione Camere Penali Italiane