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di Massimo Congiu

Il Manifesto, 15 febbraio 2025

La storia di tre donne, Teresa, Anna e Alice, è al centro del romanzo della scrittrice napoletana Maria Rosaria Selo “Pucundria” (Marotta e Cafiero). Lo spunto per il libro è stato fornito all’autrice dal laboratorio di scrittura creativa da lei tenuto nel carcere femminile di Pozzuoli. Teresa è una guardia carceraria che vive con la figlia Alice. Piero, suo ex compagno e padre della ragazza, non c’è più; era un uomo violento al quale Teresa aveva puntato la pistola per difendersi dall’ennesima aggressione. Anna è una donna esile e segnata dalla vita, condannata in carcere per l’uccisione del suo compagno. Un altro episodio avvenuto al culmine di una serie di aggressioni da parte di lui. Le tre donne sono protagoniste di Pucundria (Marotta e Cafiero, pp. 320, euro 20), di Maria Rosaria Selo, scrittrice napoletana vincitrice di diversi premi.

Lo spunto per questa storia di resistenza da parte di donne è stato fornito all’autrice dal laboratorio di scrittura creativa da lei tenuto nel carcere femminile di Pozzuoli, sgomberato a maggio scorso per i postumi delle forti scosse di terremoto verificatesi in quel periodo. Ed è proprio lì che Alice e Anna si incontrano. La prima scorge nella detenuta qualcosa di familiare, come un filo che la lega a essa e che scoprirà essere fatto di sofferenza e sopportazione, ma anche di rinascita. Questa comunanza intuita a un primo sguardo porta Alice ad avvicinarsi ad Anna, a cercare di vincere la diffidenza di lei, guidata da quella magia che è l’incontro. Ecco che vite segnate da prove dolorose si incrociano e sperimentano la pietà, la capacità di specchiarsi l’una nell’altra anche se da ruoli differenti.

Il confronto avviene tra le mura del carcere, in quel mondo isolato dove puoi fingere e ti puoi nascondere solo fino ad un certo punto. Pucundria è una storia di sofferenza ma anche di redenzione in senso laico, di rigenerazione umana e di speranza. È la storia di un profumo che si diffonde tra le spesse pareti del carcere, tra le sue sbarre. Un profumo che sa di riconciliazione con la vita, di rafforzamento di legami familiari messi a dura prova da tante brutture, dall’incomprensibile, dall’inaccettabile.

Nella storia, narrata con partecipazione, questo invito alla speranza parte proprio dal mondo dei reclusi ed è una voce che sottolinea piaghe sociali come la violenza sulle donne, da queste ultime spesso vissuta con una lunga sopportazione che attraversa intere generazioni, e problemi irrisolti come quello della realtà carceraria. Entrambi sono un buco nero nella coscienza collettiva e sovente oggetto di rimozione.

Nel penitenziario femminile di Pozzuoli, raccontato da Pucundria, donne indurite dalle loro passate vicissitudini e dalla detenzione, mostrano di non aver mai conosciuto grazia e gioia, di aver vissuto private di qualsiasi ideale all’interno di una condizione esistenziale ereditata e da loro vista come unica possibile. Alcune di loro, però, riusciranno a individuare un bene comune che le vedrà complici nella tensione al riscatto e, al recupero di un rapporto, ciascuna con la propria coscienza ferita.

L’auspicio è che quel profumo capace di risvegliare i sensi e che sa anche un po’ di nostalgia di sé stessi, come in uno dei significati del titolo del libro, riesca a uscire dalle case violate dalla brutalità e dalle mura carcerarie. Mura che racchiudono un concentrato di disperazione più che contenere spazi in cui si lavora al reinserimento sociale. E pensare che quest’ultima dovrebbe essere la missione degli istituti di pena. Così non è nella pratica e va detto che pagare un debito con la giustizia, con la società, non può significare essere privati della propria dignità di uomini, di donne, come le protagoniste della nostra storia Anche questo fa parte del messaggio di Pucundria.