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di Paolo Delgado


Il Dubbio, 23 luglio 2021

 

La moglie di Paolo Bellini, figura torbida sotto processo con l'accusa di aver materialmente deposto la bomba che il 2 agosto 1980 provocò la strage più sanguinosa alla stazione di Bologna, ha riconosciuto in aula il marito in un breve video girato quel giorno alla stazione e ammesso di aver mentito quando, nelle inchieste immediatamente successive alla strage, aveva fornito a Bellini l'alibi che escludeva la sua presenza a Bologna.

I media sgranano gli occhi ma lo stupore sarebbe stato giustificato solo nella circostanza opposta, cioè se la signora non avesse riconosciuto l'ex marito. L'intero processo di basa infatti su quel riconoscimento e su quella ritrattazione dell'alibi. Senza quegli elementi non si sarebbe arrivati neppure al rinvio a giudizio. Un nuovo voltafaccia in aula sarebbe stato, quello sì, clamoroso.

La testimonianza chiave è una prova decisiva? Forse no. Il riconoscimento tardivo resta dubbio, trattandosi pur sempre di pochi fotogrammi, e la presenza di Bellini a Bologna il 2 agosto 1980 non è di per sé prova della sua responsabilità nella strage. Anche l'aver negato di essere a Bologna e l'essersi procurato un falso alibi nel clima di quei giorni, quando tutta l'estrema destra temeva di finire comunque nel mirino, non significherebbe automaticamente prova di colpevolezza.

Basti pensare a quanti estremisti di destra, incluso praticamente tutto il vertice politico e militare di Terza posizione, si diede alla fuga in quei mesi pur non avendo alcuna responsabilità nella strage.

Il peso della testimonianza però è indiscutibile. Bellini, autoaccusatosi dell'uccisione di Alceste Campanile ma con chiamate di correo risultate tutte false e fornendo versioni opposte del delitto, collaboratore dei servizi in carcere grazie ai suoi buoni rapporti con alcuni boss di Cosa nostra, autoaccusatosi di una quantità di esecuzioni piuttosto dubbie per conto della ' ndrangheta, è figura tanto ambigua e oscura da apparire al di sotto di ogni sospetto.

Le domande da porsi sono dunque due, e non una sola. La prima è se veramente sia stato lui a depositare il micidiale ordigno. La seconda è se, in questo caso, risulterebbero pertanto acclarate anche al di là della 'verità processuale' le responsabilità dei tre ex Nar già condannati per la strage ma con funzioni di organizzatori, dunque né di ideatori e mandanti né di ultimi esecutori,, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini e se risulterebbe confermata la responsabilità dei presunti mandanti, Gelli, Ortolani, l'ex capo dell'Ufficio affari servati del Viminale D'Amato, tutti alla sbarra ma solo come spettri, essendo nel frattempo trapassati.

La prima risposta deve darla il Tribunale di Bologna che sta processando Bellini. La seconda, sulla base degli elementi oggi a disposizione, invece la si può già dire ed è negativa. Non esiste alcun elemento, anche solo indiziario e vaghissimo, che confermi anche una semplice conoscenza tra gli ex Nar e Bellini. Nessun tra i numerosi pentiti dell'estrema destra di allora, Nar e non Nar, ha mai nominato Bellini, ha mai alluso, anche solo in base a un doppio o triplo de relato a un rapporto, fosse pure il più vago, tra il gruppo dei Nar e Paolo Bellini.

Lo stesso discorso vale, in tutte le direzioni, per quanto riguarda i presunti mandanti. Gli ex Nar, a differenza di altre organizzazioni dell'estrema destra di allora, non hanno mai avuto contatti con il Venerabile. La catena che porterebbe dalle stanze oscure della P2 a Bellini è oscura. Nessun collegamento indiretto è anche solo ipotizzabile sulla base di elementi concreti, fosse pure solo la vaga testimonianza di un pentito di dubbia credibilità. La stessa colpevolezza presunta di Gelli si basa solo su un appunto cifrato interpretato dagli inquirenti come nota di uno stanziamento di fondi per Bologna, e si sa che chi dice Bologna dice strage.

La sentenza sul processo contro Paolo Bellini è di là da venire. In compenso si può già dire che qualsiasi sia il verdetto, a meno di una confessione stavolta suffragata da elementi probatori dell'imputato, non servirà a fare alcuna luce sulla strage di Bologna, sulle motivazioni, sui mandanti e neppure sugli organizzatori materiali, individuati nel corso di uno dei processi più discutibili ed effettivamente discussi della storia italiana. Aiuterà solo a confermare una narrazione che era stata già tutta scritta ancora prima che partissero le indagini, come l'uomo che più di ogni altro aveva contribuito a scrivere quella verità preconfezionata, Francesco Cossiga, ha più volte ammesso.