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di Enrica Riera

 

L'Osservatore Romano, 29 dicembre 2019

 

Sesta edizione per la rassegna nazionale di teatro in carcere. Abbattere l'intrinseco stato di invisibilità, accorciare le distanze tra il mondo di fuori e il mondo di dentro, favorire percorsi rieducativi e riabilitativi. Perché anche chi si trova in stato di detenzione ed è privato della libertà personale ne conserva pur sempre un residuo.

In tutto ciò, in quello che gli addetti ai lavori chiamano principio di umanizzazione della pena, ci hanno creduto Vittorio e Paolo Taviani quando, nel 2012, realizzarono Cesare deve morire, il docu-film sulla messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare da parte dei detenuti di Rebibbia ("Da quando ho conosciuto l'arte, 'sta cella è diventata 'na prigione", tra le battute più emblematiche). E, come i geniali fratelli, ci credono tutti coloro i quali continuano, grazie alle attività più disparate, tra cui il volontariato dietro alle sbarre, ad annullare ogni sorta di pregiudizio.

Tra di loro, tra i convinti che ci sia spazio per le seconde possibilità, c'è pure l'attore e regista Adolfo Adamo: dopo i successi accanto al padre delle avanguardie teatrali, Giuliano Vasilicò, è lui che mette, da ben sei anni, a disposizione dei ristretti la sua arte. "Sono convinto - afferma - che fare teatro nelle case circondariali risulti importante sia come opportunità sia come esperienza artistica. È un qualcosa che consente alla persona di ritrovare il filo della propria storia e di poterla raccontare e, soprattutto, di superare certe ombre interiori, capire il senso della libertà, conquistare le parole".

Così, sempre all'insegna dei valori catartici del teatro, l'ultimo spettacolo diretto da Adamo, nonché adattato per chi sconta una pena detentiva, ha il titolo di Redemption Day. Gli interpreti sono, per l'appunto, detenuti. Quelli della casa circondariale Sergio Cosmai di Cosenza che, di età compresa tra i 25 e i 60 anni, sono stati scelti per esibirsi alla sesta edizione della rassegna nazionale di teatro in carcere, dal titolo Destini incrociati, tenutasi a Saluzzo dal 12 al 14 dicembre scorsi e promossa dal Coordinamento nazionale Teatro in carcere e dalla Compagnia Voci erranti, con la collaborazione, tra gli altri, del Mibact e del ministero della Giustizia.

Otto ristretti in permesso premio sono, dunque, eccezionalmente volati in provincia di Cuneo per prendere parte e aprire il progetto che ha anche coinvolto le detenute e i detenuti delle case circondariali e di reclusione di Palermo, Pesaro, Livorno e Saluzzo e, nondimeno, i pazienti della struttura Rems di Bra. Oltre alle loro performance, la rassegna è stata arricchita dai video di circa venti realtà carcerarie, da mostre e installazioni, da laboratori e incontri di approfondimento, compresi quelli sulle esperienze dal carcere di Wroc?aw (Polonia) e dalla Wesleyan University (Usa) per far conoscere l'impegno di tanti artisti relativo al "mondo" delle reclusioni. C'è chi, da detenuto, ha raccontato l'attesa, la distanza, i sentimenti e le proprie emozioni; chi, pure, ha parlato di seconde volte, di opportunità, di voglia di libertà.

"Partecipare a Destini incrociati - racconta il regista - è stato indimenticabile. Non solo per me, ma principalmente per i ragazzi che ho preparato grazie all'apposito laboratorio teatrale di oltre 250 ore in carcere: alcuni di loro mi hanno confidato che l'emozione più forte l'hanno provata al momento degli applausi dato che mai, nella vita, avrebbero pensato di poterne ricevere uno; un altro, invece, mi ha detto che nel suo futuro non vorrebbe abbandonare il non facile gioco del teatro. Il motivo? Gli appare come un'occasione imperdibile di vivere la vita".

A Saluzzo, in particolare, lo spettacolo portato in scena dagli attori-detenuti di Adamo si è liberamente ispirato al Moby Dick di Melville. Un atto unico in cui i personaggi/persone si riappropriano del significato di una parola faro. Per tutti, indistintamente: autostima, consapevolezza e perdono di sé stessi per intraprendere una nuova vita. "Sconfiggendo la balena bianca, che altro non è che la paura dell'ignoto, rappresentato dal perdersi nel bianco, un colore non colore, gli interpreti capiscono, sulla scena come nella vita, che non tutto è andato perduto e si riconciliano con la propria anima. Se nel libro di Melville, è il capitano Achab ad inseguire la balena, in Redemption Day è Moby Dick a inseguire il Pequod: ciò perché volevo far intendere agli spettatori e non soltanto a loro, che, nonostante si possa essere perseguitati da angosce e tormenti, il male può essere bloccato per far nascere il bene", spiega sempre Adamo che conclude rivelando il suo sogno nel cassetto.

"Dar vita - dice - a una compagnia stabile di attori reclusi, un po' sulla scia della Compagnia della Fortezza del carcere di Volterra, fondata da Armando Punzo e al suo trentesimo anno di vita, dove ciascuno di loro riceva una giusta paga". Un riconoscimento tanto prezioso quanto quell'ultimo residuo di libertà che possiedono.