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di Tiziana Maiolo

Il Dubbio, 20 gennaio 2025

Il corpo scelto dei Pubblici Ministeri ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo nel processo. Questa è una verità inoppugnabile ed è anche il fondamento della lotta furibonda, condotta con le unghie e con i denti, che le toghe conducono da sempre nei confronti di qualunque riforma che liberi i giudici dal giogo del rappresentante dell’accusa. Sotto sotto c’è sempre la nostalgia per il sistema inquisitorio, quando tutto si faceva di nascosto e in gran segreto. Ma la riforma Vassalli del 1989 ha portato tutto nella luce appariscente dell’aula. È lì che si forma la prova, è lì che le due parti, accusa e difesa, dovrebbero lottare ad armi pari davanti a un giudice che, lo impone la Costituzione, deve essere terzo e imparziale.

Un dato di fatto non ancora accettato, a oltre trent’anni da quel giorno, tanto che l’opinione pubblica, opportunamente ispirata, pare sempre pronta a gridare la propria protesta quando i giudici assolvono. Perché la parola di verità deve essere sempre e solo quella dell’accusa. Il pm, soggetto nel nostro ordinamento del tutto “irresponsabile”, perché non deve rispondere a nessuno del proprio operato, è il vero dominus del processo. Lo sa, ne va fiero e sa come usare a piene mani del proprio potere. Si sprecano negli anni gli aneddoti su certi comportamenti, alcuni dei quali veramente poco edificanti.

C’era una volta a Milano un sostituto procuratore molto famoso e molto potente. E c’era una giudice molto garantista, appartenente alla corrente di Magistratura Democratica nella sua prima versione, quella più attenta allo Stato di diritto. Il pm aveva fatto richiesta di una misura cautelare in carcere nei confronti di una persona sospettata di appartenere a un gruppo terroristico, la giudice non aveva ritenuto sufficienti gli elementi di accusa e aveva respinto la richiesta. Ecco come andò a finire. Il pm strillò e telefonò al presidente del tribunale, minacciò procedimenti disciplinari, facendo il finimondo in tutto quanto il palazzo di giustizia. La giudice finì, in lacrime, con il rinunciare all’inchiesta, e la situazione si risolse quando si trovò un altro giudice disposto a firmare il provvedimento di custodia cautelare. Sarebbe successo lo stesso in regime di carriere separate? Probabilmente no. Perché, se è importante la parità processuale tra accusa e difesa, ancora più rilevante è la libertà del giudice, che non deve subire condizionamenti né dal potere del pm né dall’eco mediatica dell’inchiesta. In quel caso si trattava di indagini su fatti di terrorismo, ma la situazione si è fatta ancora più pesante durante i fatti di tangentopoli e le inchieste del gruppo Mani Pulite.

In modo appropriato giovedì scorso, quando la Camera ha approvato per la prima volta nella storia il primo passaggio per la separazione tra le carriere requirenti e giudicanti, in molti hanno consegnato nelle mani di Silvio Berlusconi quella bandiera politica, nel nome e nel ricordo di quella battaglia che era stata soprattutto la sua. E la memoria si è soffermata su quei giorni dei primi anni duemila quando con il ministro della giustizia Roberto Castelli fu votata la separazione delle funzioni, un primo timido passo verso la divisione delle carriere. Ma il finimondo di allora fu addirittura superiore a quello di oggi, perché Berlusconi, il “cavaliere nero”, era considerato ben più pericoloso di Giorgia Meloni. La quale ha il vantaggio di non esser stata ancora oggetto di affettuose attenzioni giudiziarie.

Si scatenò allora la magistratura intera, solo per il atto che aveva tentato un guardasigilli di fare quel che molti anni dopo riuscirà a Marta Cartabia, cioè di limitare radicalmente il passaggio dal ruolo di giudice a quello di pm e viceversa. E si gridò, indovinate un po’? Si gridò che la separazione delle funzioni nascondeva in realtà la volontà di dividere le carriere e in seguito, inevitabilmente, di sottoporre il rappresentante dell’accusa all’esecutivo. Il procuratore capo di Milano Saverio Borrelli si fece capo di una vera battaglia ideologica e politica che partì dall’inaugurazione dell’anno giudiziario del 12 gennaio 2002 e sfociò nelle organizzazioni dei famosi girotondi che coinvolsero persino le femministe, al grido di “se non era quando?”. Sottinteso: quando ci libereremo di Berlusconi, del suo governo autoritario che vuol tagliare le unghie all’autonomia e l’indipendenza della magistratura?

La relazione del procuratore generale Borrelli, destinato al pensionamento tre mesi dopo, fu una vera dichiarazione di guerra e anche il suo testamento ai successori e alle giovani generazioni di pubblici ministeri. Prende di mira le “riforme minacciate con intenti punitivi contro la magistratura”. Il tono si fa apocalittico contro la bestia nera, ieri come oggi, delle toghe. “Si parla di separazione delle carriere. Una separazione che, se motivata dall’intenzione di vincolare il pubblico ministero all’esecutivo… vulnererebbe indirettamente la stessa indipendenza del giudice penale”.

La riforma Castelli si limitava a separare le funzioni tra magistrati, ma già si lanciava l’allarme contro un fantasioso progetto della politica di assoggettare a sé tutta quanta la magistratura. L’appello di quel giorno di Borrelli terminerà con il famoso appello risorgimental-patriottico in difesa della patria sotto attacco, e il mitico “resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave”.

Di lì partirono i girotondi e in seguito la legge approvata dal Parlamento fu sospesa dal governo Prodi e dal ministro Mastella. Il quale non fu comunque risparmiato dal furore giudiziario, se pur lui fosse, come ricordato anche di recente, contrario alla separazione delle carriere. Si dovrà aspettare quasi vent’anni per arrivare alla riforma Cartabia, che ha ridotto al minimo i passaggi di funzioni tra magistrati. E finalmente oggi, nel nome di Berlusconi, e anche di Vassallo e di Pannella e dei tanti che ci avevano provato, il ministro Nordio e una maggioranza parlamentare di centrodestra (forse) ci riusciranno.