di Gianna Fregonara
Corriere della Sera, 10 dicembre 2020
Le sentenze hanno una forza propria, sono frutto di un percorso che si spera rigoroso e approfondito. Ma la scelta delle parole del processo può renderle urtanti al punto da farcele ritenere inaccettabili. A Brescia, l'ottantenne che ha ucciso la moglie è stato assolto perché incapace di intendere e di volere. Era addirittura "in preda al delirio" quando ha infierito su di lei, come hanno certificato i periti, una condizione che il diritto preferisce affidare agli esperti della psichiatria. Quello che non possiamo accettare nel verdetto è la motivazione del delirio: la gelosia.
Sarà stata anche tale da "stroncare il suo rapporto con la realtà", da lasciare l'autore dell'uxoricidio ai suoi fantasmi e determinare "un irrefrenabile impulso omicida". Ma non siamo in una tragedia shakespeariana, di mezzo c'è una povera moglie uccisa nel suo letto a coltellate. Sentiamo che il richiamo alla gelosia svilisce la vita e la morte della vittima consegnandola al retaggio del delitto passionale, se non del delitto d'onore, quasi un reato di serie B.
Non è la prima volta: un anno e mezzo fa, la Corte d'Appello di Bologna parlò "di tempesta emotiva" per descrivere l'alterazione da gelosia dell'autore di un femminicidio. Ai giuristi ora toccherà cimentarsi sulla correttezza delle motivazioni della decisione dei giudici di Brescia, a noi resta l'irritazione di pensare che situazioni così dolorose non meritino qualche attenzione in più per rassicurarci che sia chiaro a tutti che non è solo questione di rispettare i codici ma di riaffermare che attenuanti tollerate per troppo tempo non possano essere interpretate come nuovi alibi.











